Il Messaggero: Morta per sangue infetto usato nel ’74, nuovo risarcimento per i figli di una donna

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    Il Messaggero: Morta per sangue infetto usato nel ’74, nuovo risarcimento per i figli di una donna

    Latina, 15 gennaio 2020.

    I figli di una donna deceduta per epatice C a seguito di una trasfusione del 1974 hanno ottenuto con sentenza del Tribunale di Latina il risarcimento di 77.500 euro come una tantum per l’assegno previsto dalla legge 210 del ’92. Il costo sarà a carico del Ministero della salute che era stato già condannato a risarcire gli eredi con  1milione e 300mila euro dal Tribunale di Roma per i danni subiti per la morte della mamma.

    La donna, deceduta nel 2008 a 70 anni, era nata a Monte San Biagio e la sua morte è avvenuta per cirrosi epatica da epatite C, contratta a seguito di trasfusioni di sangue infetto del 1974 presso l’ospedale di Velletri.

    «La donna aveva tentato inutilmente negli ultimi anni di vita una lotta contro il tempo per salvarsi sperando nella commercializzazione del farmaco salva-vita capace di eradicare il virus dell’epatite C – spiega l’avvocato Renato Mattarelli, specializzato in questo settore e al quale si era rivolto – Purtroppo solo nel 2013 a cinque anni dalla morte della donna il costosissimo farmaco Sofosbuvir-Sovaldi  divenne accessibile, per pochi, in Italia per i malati di epatite C con costi a carico del servizio sanitario nazionale. Ciascun ciclo costava 70-80.000 euro».

    L’avvocato aggiunge: «Sorprende che in uno stato di diritto, non solo il Ministero  non ha vigilato sulle donazioni e trasfusioni di sangue del 1974 che hanno ucciso la donna pontina, ma soprattutto, che il farmaco che avrebbe potuto salvarle la vita costava così tanto che la 70enne non poteva permettersi. Come d’altra parte sorprende che la salvezza o meno dei malati di epatite C, ed in particolare quelli post-trasfusionali, debbano la loro salvezza ai tempi della burocrazia che ha reso accessibile il farmaco dal marzo 2013».

     

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