Corriere delle Alpi. Risarcito dopo 45 anni per la trasfusione infetta

  • Corriere delle Alpi. Risarcito dopo 45 anni per la trasfusione infetta

    Pieve di Cadore, 3 maggio 2017

    Un uomo di Latina fa causa al Ministero della Salute ma nel frattempo muore. Negli anni ’70 era in servizio nel Bellunese come carabiniere e fu ricoverato a Pieve di Cadore.

    Il calendario segna il 30 maggio 1972, fuori dalle finestre dell’ospedale si vedono le meravigliose montagne del Cadore. Un giovane carabiniere subisce una trasfusione di sangue che, 45 anni dopo, verrà additata come verosimile causa dell’epatite C. E per quella trasfusione gli è stato riconosciuto dal Tribunale di Roma, II sezione civile, un risarcimento di 375 mila euro. Lui, nel frattempo, è deceduto dopo aver visto un brusco peggioramento della qualità della vita.
    A fare giustizia, seppur dopo il decesso, è il giudice Carmen Bifano che ieri, con sentenza 8641/2017 del Tribunale di Roma, ha condannato il Ministero della Salute a riconoscere un risarcimento per il danno subito quasi 45 anni prima.
    Una vicenda giudiziaria che non si conclude qui. «La sentenza tiene conto solo dell’invalidità del paziente» spiega l’avvocato di Latina Renato Mattarelli, «e non anche del successivo danno da cirrosi epatica e del danno da morte successiva. Per questo gli eredi dell’uomo, che si era illuso di aver superato la malattia, stanno per iniziare una nuova causa contro il Ministero della Salute per ottenere giustizia per la morte del loro congiunto e dei successivi danni».
    Protagonista della vicenda è, suo malgrado, un uomo di Latina. All’epoca dei fatti è un giovane carabiniere in servizio in Cadore. Nel maggio del ’72, in seguito ad un evento acuto, viene ricoverato per alcune settimane e subisce una trasfusione di sangue. Un fatto che, apparentemente, non ha conseguenze sulla sua vita.
    Ma negli anni ’90 tutto cambia. «L’infezione» si legge nella sentenza, che riporta le osservazioni del consulente tecnico, «ha determinato una epatite cronica, decorsa in maniera asintomatica per circa due decenni». Nel 2002 la malattia si riattiva ed è in quel momento che l’uomo acquisisce consapevolezza «della natura postrasfusionale dell’infezione epatica dal Hcv», si legge nella sentenza.
    Il contagio, spiega il legale dell’uomo, si poteva evitare. Come ricorda una sentenza della Corte di Cassazione del 2011, già alla fine degli anni ’60 era noto il rischio di trasmissione di epatite virale e la rilevazione indiretta del virus poteva essere effettuata mediante l’analisi di alcuni valori.
    «Nella cartella clinica» si legge nella relazione del consulente tecnico riportata nella sentenza, «è riportata la somministrazione di una unità di sangue in data 30 maggio1972 e le scarne notizie riportate sembrano far escludere patologie epatiche preesistenti. Il rischio trasfusionale nel 1972 era piuttosto elevato sia per la mancanza di test che consentissero l’identificazione dei virus epatotropi sia e soprattutto perché la selezione dei potenziali donatori non era sufficientemente accurata con esclusione dei soggetti che presentassero fattori di rischio e inoltre non erano stringenti i controlli sul sangue ed emoderivati di provenienza estera dove era ancora diffusa la pratica dei donatori mercenari». Come conclusione «l’infezione da Hcv è verosimilmente derivata dalla somministrazione di sangue del 30 maggio1972>>

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