Venezia Today. Infettata dopo la trasfusione di sangue dall’Epatite C, risarcimento dal ministero „Trasfusione di sangue infetta alla nascita”, risarcimento dal Ministero da 140mila euro

  • Venezia Today. Infettata dopo la trasfusione di sangue dall’Epatite C, risarcimento dal ministero „Trasfusione di sangue infetta alla nascita”, risarcimento dal Ministero da 140mila euro

    Venezia, 8 agosto 2017

    Infettata dopo la trasfusione di sangue dall’Epatite C, risarcimento dal ministero.
    Alla nascita ricevette due trasfusioni di sangue infetto, con il risultato che una 45enne domiciliata a Roma ora deve convivere con l’Epatite C. Per questo motivo il ministero della Salute è stato condannato a risarcire la donna con 134.241,65 euro, oltre al pagamento delle spese legali. La protagonista della vicenda venne alla luce all’ex ospedale al Mare del Lido di Venezia nel 1972. A causa di alcune patologie vennero disposte due trasfusioni a distanza di un paio di mesi l’una dall’altra: la prima di 450 millilitri, la seconda di 255. Si era reso necessario curare una malattia emolitica della neonata.

    La scoperta del contagio dell’epatite C è avvenuta dieci anni fa, al termine di alcune visite di controllo. Dopodiché la decisione di rivolgersi allo studio dell’avvocato Renato Mattarelli per chiedere un risarcimento danni al ministero, reo, secondo la parte offesa di non aver controllato a dovere il sangue trasfuso. “E’ difficile accettare questa condizione a 35 anni – dichiara il legale – si ha ancora tutta la vita davanti. La mia assistita cadde in una profonda depressione”.

    La sentenza del giudice Carmen Bifano, valorizza principalmente “il danno psichico alla vita di relazione (patito dalla giovane) piuttosto che il danno fisico epatico”. “Per chi convive con l’epatite C e, come la donna di Latina, ha sempre convissuto (pur non ancora sapendolo) con la malattia – spiega l’avvocato Mattarelli – tutto cambia, dalle abitudini igieniche a quelle alimentari, al rapporto con il coniuge e con i figli, si ha paura di contagiare gli altri”.

    All’epoca, è stato sottolineato dal ministero della Salute durante l’iter della causa, non c’era alcuna selezione dei donatori e no era possibile ricercare il virus Hcv. Insomma, le trasfusioni erano pratiche non sicure al cento per cento. Essendo in una causa di tipo civile, è stata accertata la “preponderanza dell’evidenza”: una negligenza senza la quale con ogni probabilità il fatto contestato non si sarebbe verificato, nonostante la controparte avesse eccepito una mancanza di colpa “non essendo ancora nota nel 1972 la possibilità di veicolazione ematica di virus epatici”. Alla fine il giudice ha sentenziato a favore della donna, disponendo un risarcimento danni “da emotrasfusioni infette”.

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