Trasfusione a Testimoni di Geova condannati il chirurgo e la clinica

  • Trasfusione a Testimoni di Geova condannati il chirurgo e la clinica

    Trasfusione a Testimoni di Geova condannati il chirurgo e la clinica

    LA STESSA fede in Geova, lo stesso rifiuto per le trasfusioni di sangue. E la scelta di essere operate nella stessa clinica, Villa Maria Pia, il medesimo giorno (il 14 gennaio 2005), dalle mani dello stesso chirurgo, Salvatore Martelli.

    Entrambe le operazioni di isterectomia ebbero però un’ uguale complicazione: una grave emorragia. E così le due pazienti si ritrovarono a correre, in simbiosi, un concreto pericolo di morte. La scelta del medico fu quella di salvare la vitaa entrambe praticando, contro la loro volontà e religione, la trasfusione. Sono sopravvissute ma, assieme, hanno fatto causa sia al medico che alla clinica privata per il sangue ricevuto nonostante il loro rifiuto.

    E ora sono state entrambe risarcite. Non con la stessa cifra, ma quasi: 36.870 euro una, 38.960 euro l’ altra. È questa la condanna inflitta dal giudice civile Marco Ciccarelli al chirurgo e alla clinica, perché «le trasfusioni sono state illegittime».

    Anche se questa terapia le ha salvate, devono essere ripagate del danno non solo perché non avevano dato il consenso, («Il diritto a rifiutare le cureè costituzionalmente riconosciuto»), ma soprattutto perché il medico non avrebbe diagnosticato in tempo l’ emorragia e avrebbe atteso che le loro condizioni diventassero talmente gravi da dover fare la trasfusione giustificandola con lo “stato di necessità”. «Il pericolo di vita – scrive il giudice – è stato però causato dal complesso di condotte del medico»: il chirurgo, consigliato dal comitato di assistenza sanitaria dei Testimoni di Geova come un «medico rispettoso delle scelte terapeutiche dei pazienti appartenenti al loro credo», le aveva rassicurate prima dell’ intervento sostenendo che non correvano rischi di trasfusioni. «Ma non era così», ancor più per il fatto che erano entrambe anemiche e non era stata fatta una terapia preventiva per alzare i valori di ematocrito.

    La difesa si è appellata allo «stato di necessità» e al fatto che il medico aveva telefonato al pm di turno che l’ avrebbe “autorizzato” alla trasfusione. Ma quest’ultimo ha spiegato di aver dato solo un parere sui rischi penali (eventuale imputazione di omicidio colposo), sulla base dei dati riferiti: «Il parere del pm – ha stabilito il giudice- non si può sostituire alla valutazione dei sanitari, che hanno praticato ugualmente la trasfusione nonostante il rifiuto delle pazienti».

     

    La Repubblica

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