Temporeale

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    epatite c sangue infetto

    Formia, 21 marzo 2018

    Sangue infetto, arriva il risarcimento dopo oltre 40 anni di battaglie legali.

    Un’esistenza apparentemente normale – lavora tuttora come impiegato e, dopo il matrimonio, è diventato padre di due figli – ma condizionata dalla depressione che, oltre ad una parziale inabilità fisica, abitualmente colpisce le persone trasfuse con sangue infetto. La pazienza è stata la migliore alleata per un uomo di 60 anni di Gaeta che nel 1975, all’età di 27 anni, all’ospedale Dono Svizzero di Formia gli vennero trasfuse diverse sacche di sanguie infette dal virus Hcv e dall’epatite C. L’uomo, assistito dall’avvocato Renato Mattarelli, ha dovuto attendere ben 38 anni per la conclusione del primo processo di primo grado, nel frattempo iniziato cinque anni prima. Il Tribunale di Roma, riconoscendo la negligenza dei medici formiani nella raccolta e somministrazione del plasma, condannò il Ministero della salute a risarcire all’uomo 140mila euro.

    Il ministero propose però appello per diverse ragioni: invocò innanzitutto la prescrizione e l’inesistenza, all’epoca della trasfusione, dei test per rilevare nei donatori il virus dell’epatite C, un accorgimento approntato più tardi nel 1988. L’avvocatura dello Stato nel ricorso in appello sostenne, inoltre, come la stessa medicina, 43 anni fa, non conoscesse l’esistenza dei virus delle epatite B e C, il cui test di rilevamento nei donatori venne approntato nel 1978. Ma la parte civile curata dall’avvocato Mattarelli ha appurato come una responsabilità oggettiva del Ministero fosse in piedi già dal 1966 quando erano stati istituiti test obbligatori. Ma all’ospedale di Formia non vennero eseguiti e, se lo fossero stati, avrebbero indicato nei soggetti donatori la presenza anomala delle transaminasi e, cioè, di enzimi rilevatori di una sofferenza al fegato per infezione e infiammazione.

    E’ continuata un’aspra battaglia giudiziaria ma anche medico legale con un appello incidentale proposto dall’avvocato Mattarelli: semmai – a suo dire – la sentenza di primo grado era ingiusta poiché il risarcimento di 140mila euro, riconosciuto all’uomo di Gaeta, non era proporzionata al danno concretamente subito e comunque non calcolato correttamente. Questa lunghissima controversia si è conclusa mercoledì davanti la Corte d’Appello che con la sentenza numero 1775 ha dato di nuovo ragione all’impiegato di Gaeta: innanzitutto ha rigettato il ricorso del Ministero della salute e ha dichiarato errata la sentenza del 2013 del Tribunale di Roma per applicato erroneamente i parametri di liquidazione del risarcimento senza tener conto dei principi indicati dalla Suprema Corte di Cassazione in favore delle cosiddette “tabelle di danno” del Tribunale di Milano anziché di quelle del Tribunale di Roma. Ma per il Ministero della salute dopo il danno è arrivata anche la beffa: gli è stata inasprita la condanna risarcitoria, passata da 140 a 230mila euro.

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