Sangue infetto, spuntano nuovi casi

  • Sangue infetto, spuntano nuovi casi

    Sangue infetto, spuntano nuovi casi

    Ministero della Salute citato in giudizio: processo fissato per la fine di giugno.

    Tre pazienti pontini hanno contratto l’epatite dopo le trasfusioni effettuate al Goretti dal ‘79 all’84.

    Tre vite rovinate da un ricovero in ospedale, il luogo in cui si dovrebbe uscire più sani rispetto a quando si entra. Per la maggior parte delle persone è così, non lo è stato per tre cittadini residenti in provincia di Latina che hanno contratto l’epatite da trasfusioni di sangue infetto effettuate al Santa Maria Goretti. Casi giuridicamente molto simili ma problemi e complicazioni fisiche e sociali che fanno storia a sé. Sono quelli di un 65enne di Latina (F.B.), di un 57enne di di Sezze (F.M.) e di una donna di 47enne anni di Pontinia, T.C. le sue iniziali, che oggi con l’assistenza legale dell’avvocato Renato MATTARELLI chiedono giustizia al Tribunale civile di Roma. Il legale di Latina ha citato in giudizio il Ministero della Salute, già riconosciuto responsabile per altri casi di epatite e Hiv contratti negli anni dello scandalo del «sangue infetto»: il processo è fissato per il 30 giugno.

    I tre cittadini pontini chiederanno un risarcimento secondo quanto previsto dalla legge 210 del 1992, anche se lo stesso avvocato MATTARELLI ha sollevato la questione di illegittimità della legge Finanziaria che ha imposto la non rivalutazione del 95% dell’indennizzo.

    F.B., ricoverato al Goretti nel ‘79, ha scoperto di essere positivo all’epatite C nel 2007 e l’anno successivo i suoi problemi di fegato sono diventati molto gravi. F.M. ha contratto due forme di epatite, la B e la C, sempre al Santa Maria Goretti mentre la 47enne di Pontinia T.C. ha subito le trasfusioni nel 1984 ed ha contratto l’epatite C.

    Ma oltre ai danni fisici, come dettagliatamente spiegato nell’atto di citazione in giudizio, i tre pazienti hanno riportato danni psicologici se possibile ancora più gravi. Dalla data della diagnosi i pazienti si sono del tutto isolati e tendono sempre più ad emarginarsi per non dover spiegare agli altri il proprio stato di salute. Diversa anche la percezione del tempo, vissuto come «un conto alla rovescia» mentre il futuro non viene percepito come chances e opportunità ma «come tempo che le separa dalla morte».

    Ad accomunare i pazienti che oggi citano in giudizio il Ministero della Salute è un forte senso di solitudine, condizione profondamente diversa dal periodo precedente alla diagnosi, che ricade sullo stato d’animo dei familiari che vivono a stretto contatto dei pazienti. Nell’atto di citazione a giudizio viene chiesta la condanna del Ministero al pagamento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti dai pazienti compresa «la perdita di reddito da sopravvenuta incapacità lavorativa».

     

    Antonio Cardarelli – La Provincia

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