Sangue infetto, morti e diffide. Al Santa Maria Goretti centinaia di vittime

  • Sangue infetto, morti e diffide. Al Santa Maria Goretti centinaia di vittime

    Sangue infetto, morti e diffide. Al Santa Maria Goretti centinaia di vittime

    SONO oltre cento i casi di trasfusioni con sangue infetto effettuate presso l’ospedale civile Santa Maria Goretti di Latina tra la fine degli anni ‘70 e i primi anni ‘80. Casi i cui effetti sono esplosi una decina di anni dopo e che vanno sotto il nome di epatite cronica rivelatasi in alcuni casi mortale.

    Decine e decine di vittime i cui familiari hanno chiesto il risarcimento ai sensi della legge ad hoc emanata nel 1992 che riconosce tale beneficio economico da richiedersi direttamente al Ministero della salute previa certificazione della Commissione medica della Asl alla quale è demandato il compito di certificare la causa della malattia.

    Il calvario per ottenere il risarcimento danni
    L’iter per la richiesta di indennizzo al Ministero della salute si trasforma spesso in una vera e propria guerra di carte bollate e di nervi nella quale si trovano di fronte da un lato i familiari delle vittime, dall’altro l’Azienda Sanitaria e la Commissione medico ospedaliera che deve redigere il parere legale sul nesso causale tra le trasfusioni di sangue e la contrazione dell’infezione epatica.

    Un calvario con tanto di lettera di diffida e chiamate dirette in giudizio degli enti responsabili che si aggiunge a quello ben più doloroso e straziante della malattia e della morte.

    Trasfusioni mortali, nuova diffida alla Asl. Guerra legale per l’indennizzo dovuto. La vittima aveva contratto epatite e cirrosi preso l’ospedale di Latina UNA diffida alla Asl di Latina affinché riconosca immediatamente l’indennizzo dovuto ai familiari di un uomo deceduto a causa di alcune trasfusioni con sangue infetto effettuate presso l’ospedale Santa Maria Goretti.

    Indennizzo che l’Azienda sanitaria non intende versare in quanto a suo avviso l’istanza sarebbe stata presentata in ritardo rispetto ai termini fissati dalla legge pur avendo essa stessa certificato con apposito documento come quelle trasfusioni siano all’origine dell’epatite e della cirrosi che hanno ucciso, a soli 32 anni, un uomo originario di Maenza.

    Un’altra vittima della vicenda delle sacche di sangue infetto, un’altra storia che purtroppo deve imboccare la via giudiziaria prima di trovare la sua conclusione. S.G. era stato sottoposto ad alcune emotrasfusioni presso il nosocomio pontino e presso il Policlinico Umberto I di Roma nel periodo compreso tra il 1979 ed il 1985, anno questo in cui gli venne diagnosticata una <epatopatia a carattere irreversibile>: il fegato insomma era stato danneggiato in maniera tale che non esistevano cure né possibilità di salvezza. Il suo certificato di morte, che risale al settembre 1985, individuava infatti le cause del decesso in una epatopatia cronica evolutiva e conseguente coma epatico.

    E’ la moglie, all’inizio del 2001, a presentare presso la Asl di Latina una istanza di indennizzo ai sensi della legge 210 del ’92, quella appunto che riconosce alle vittime di quelle trasfusioni oppure ai familiari un assegno una tantum che in questo caso è di 77.468 euro. Ed è proprio la Asl nel 2002 a certificare con un apposito documento che è stato il sangue infetto a provocare la morte dell’uomo salvo poi specificare che l’istanza sarebbe stata presentata in ritardo.

    Così pochi giorni fa la donna, attraverso  l’avvocato Renato Mattarelli, ha scritto nuovamente all’Azienda sanitaria diffidandola a riconoscere immediatamente l’indennizzo richiesto pena l’avvio di <un’azione giudiziaria per negligenza ed imperizia sulle tempestività delle precedente domanda>.

    Perché già dalla fine degli anni ’90, quando lo scandalo delle sacche di sangue infetto esplose in tutta la sua drammaticità, la Asl di Latina aveva ricevuto specifiche e chiare direttive dal Ministero della sanità e dalla Regione Lazio sul termine dei dieci anni per la presentazione delle domande di indennizzo in caso di morte post trasfusionale. E in questo caso, come si legge nella nota inviata all’Azienda sanitaria,trattandosi di un decesso il termine fissato per la prescrizione non è di tre anni bensì di dieci visto e considerato che è stata la stessa Commissione medica a riconoscere senza ombra di dubbio il nesso causale tra la patologia e la morte del 32enne e che il termine ultimo sarebbe agosto 2011.

    Alla Asl viene dunque chiesto di provvedere entro il termine massimo di novanta giorni a corrispondere quell’assegno una tantum di 77.468 euro mettendo così fine, almeno in piccola parte, ad una delle decine e decine di storie dolorose che in provincia di Latina hanno come protagonisti le vittime di quello scandalo.

     

    Latina Oggi

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