Conoscenze scientifiche dei rischi infettivi delle trasfusioni negli anni ’60-’90

Conoscenze scientifiche dei rischi infettivi delle trasfusioni negli anni ’60-’90

Ad un primo esame, fotografare la storia delle conoscenza scientifiche dei rischi connessi alle trasfusioni di sangue – dalla loro comparsa come strumento terapeutico fino alla metà degli anni ’90 del secolo scorso (epoca in cui, a sentir i molti, sarebbe stata raggiunta la “massima sicurezza” sul sangue) – può apparire arduo.
Ciononostante attraverso una ricerca a trecentosessanta gradi nel ritroso più remoto (delle conoscenze della comunità scientifica, la prassi e la consuetudine trasfusionale, l’editoria specializzata, la stampa e l’approccio giuridico) è possibile pervenire a conclusioni che qualificare come “imbarazzanti” è un eufemismo.
Una analisi, neppure troppo attenta, non manda esente da responsabilità (non solo civile) quanti abbiano avuto, a diverso titolo, relazione con l’attività di raccolta, lavorazione e distribuzione del sangue, degli emocomponenti e emoderivati fino a metà degli anni novanta.
Dalla storia non si ha notizia di problemi scientificamente noti correlati alle trasfusioni di sangue umano fino all’inizio del XVI secolo, quando vennero approntati concretamente i primi esperimenti.
Ciononostante, già nel secolo successivo (XVII) un professore di anatomia presso l’Università di Copenhagen obiettava, fra scienza ed etica, che “… coloro che sostengono si debba usare sangue umano come rimedio interno per le malattie evidentemente ne abusano di peccano in modo grave. I cannibali sono condannati. Non aborriamo forse coloro che bevono sangue umano? È una cosa simile ricevere, o per bocca o con strumenti atti a trasfonderlo, sangue altrui da una vena incisa. Chi compiere questa operazione vive nel terrore della legge divina…” (T. Bartholin, The sanguinis abusu disputatio, pagg. 140-143, Francoforte, 1676).
Tuttavia, rispetto al suddetto passato remoto, la pericolosità del sangue, prima come farmaco incidente negativamente sul sistema immunitario e poi come veicolo di malattie, compare nelle nostre latitudini in epoca relativamente recente.
Nel 1936 i giudici del Regno d’Italia affermavano che è “… di comune conoscenza che la trasfusione del sangue, rimedio prezioso per casi clinici talvolta disperati, è anche il mezzo diretto e sicuro per comunicare infezioni da soggetto a soggetto…” (Cass. Civ. S.U. 19 giugno 1936). Rileva considerare che se i giudici del tempo erano evidentemente al corrente che il sangue poteva veicolare infezioni, v’è ragione d’esser certi che anche e soprattutto la comunità scientifica dell’epoca fascista ne fosse edotta e, c’è da crederlo, a maggior ragione, la comunità scientifica più prossima all’epoca in cui si scrive (volendosi intendere per essa quella preposta a prevenire e a vigilare sulla salute umana negli ultimi cinquanta anni del secolo scorso).
Qui di seguito, verranno fedelmente riportate (per ogni singolo anno) le affermazioni della medicina specialistica, dell’editoria scientifica, dei mass media e di giuristi sulle conoscenze di pericolosità del sangue degli anni cinquanta.
Qualche precisazione appare d’obbligo: la maggior parte dei danni alla salute, oggi riscontrabili (da trasfusioni di sangue, somministrazione di emocomponenti ed emoderivati) sono c.d. lungolatenti e, pertanto, hanno una genesi pluridecennale. Ciò significa che occorre risalire all’epoca del contagio trasfusionale per verificare se a quel tempo le norme in materia prevedevano un modello di condotta che è stato o meno lecitamente osservato da chi vi era tenuto.
Un’ultima avvertenza riguarda la internazionalità di dette conoscenze che potrebbe ingenerare un pensiero di “ignoranza scriminante” per estraneità nazionale al sapere scientifico del resto del globo, in favore dei medici, scienziati, parlamentari, ministri e pubblici amministratori di casa nostra. L’assunto ignorantiae non è condivisibile, non solo sul piano medico-legale, ma anche e più semplicemente su quello della mera logica: a differenza del nostro diritto che svolge la sua efficacia nei confini dello Stato e, d’altra parte, impedisce l’accesso di altri ordinamenti statali nelle nostre latitudini, la scienza medica accede da sempre ovunque e da ovunque provenga.
A meno che non si voglia considerare il nostro Ministero della Salute (e del suo precedente Ministero della Sanità) come una sorta di scalcinato laboratorio scientifico da terzo mondo, v’è da credere che i dati che seguono, non semplicemente possano ma, debbano essere stati conosciuti dai nostri esperti.
(1942) La trasfusione di sangue veniva esclusa dall’ambito della medicina c.d. “semplice”, tanto che da più parti ne veniva richiesta una oculata valutazione del suo uso: “…il procedimento è molto spesso considerato solo una semplice medicazione endovenosa o un’operazione di poca importanza, mentre in realtà i suoi pericoli potenziali lo pongono fra le operazioni maggiori. Forse questa veduta realistica è stata apprezzata insufficientemente…” (R. A. Kilduffe, A.B., A.M., M.D., F.A.S.C.P., e M.De Bakey, B.S., M.D., M.S., F.A.C.S., The Blood Bank and the Tecknique and Therapeutics of Transfusions, pag. 481, 1942).
(1952) Affrontando le problematiche relative agli effetti della trasfusione di sangue sul sistema immunitario, l’Associazione dei Medici della Florida riferiva: “… una rassegna della letteratura sulle reazioni trasfusionali fa comprendere che il torrente sanguigno di qualsiasi paziente che ha ricevuto sangue e plasma può contenere uno strano assembramento di anticorpi, che proverebbero d’esser causa di difficoltà di accoppiamento e potrebbero perfino mettere in pericolo la vita del paziente se gli si desse altro sangue…” (“Problemi delle trasfusioni sanguigne”, Journal of the Florida Medical Association, Settembre 1952).

Durante l’ottantaduesimo Congresso del 3 marzo 1952 (United States Congressional Record), i medici dell’America Meridionale e Settentrionale mostrarono che, oltre a disordini come la pazzia e il cancro, a seguito di trasfusioni di sangue di persone abiette come criminali e pervertiti sessuali, si erano riscontrati casi di mutamenti della personalità da parte del ricevente e, comunque, casi di disordini diversi compresa la pazzia e il cancro (Cfr, anche A. Valério, “ Deficienze morali e trasfusione di sangue”, Ciencia Medica, Vol. XX, 1952; nonché A.J. Shadman, M.D., Who is your Doctor and Why? Pagg. 132, 133, 1952; The Medical Journal of Australia, 17 settembre 1960, pag. 447).
(1954) Nel dopoguerra nei testi di medicina didattica si studiava che “…il rischio implicito nella trasfusione di sangue non è privo di importanza…” (Principles of Internal Medicine, II edizione, 1954).
Il Nursing Time, dopo aver elencato i pericoli delle reazioni di incompatibilità sosteneva: “…forse meno apprezzato da quelli che vedono solo la somministrazione di sangue, è il rischio di trasmettere al paziente malattie o indesiderabili condizioni presenti nel donatore. Sono stati riferiti ripetute volte quattro tipi di condizione che sarebbero state trasmesse con la trasfusione di sangue: sifilide, malaria, epatite ed allergie. Questi quattro rimangono i principali problemi di quelli che hanno la responsabilità di provvedere il sangue…”(Nursing Time, Giornale del Collegio Reale degli Infermieri in Inghilterra, 17 gennaio 1958).
Nella stampa specializzata veniva espressamente dichiarato che la prevenzione dell’epatite parenterale restava inadempiuta a causa dei problemi legati alla individuazione del virus nel donatore (A. S. Wiener, M. D., Prevenzione degli incidenti nelle trasfusioni di sangue, Journal of the American Medical Association, 4 dicembre 1954, pag. 1305).
(1955) La comunità scientifica comprese che “…i problemi, sia clinici che tecnologici, implicati nell’iniezione di [sangue e sostanze sanguigne] sono senza paralleli nella terapia parenterale…” (Essentials of Medicine-The Art and Science of Medical Nursing, XVII edizione, 1955).
(1956) Deplorando le modalità di utilizzo ordinario del sangue ed al fine di invitare i sanitari a riflettere che la pericolosità del sangue non era l’eccezione ma la regola, il Direttore Medico del Centro del Sangue di Millwaukee (Wisconsin), ammoniva: “…la richiesta di trasfusione di sangue non richiede maggior sforzo che l’ordinazione di un’aspirina…questa semplificazione ha portato ad una spaventevole mancanza di riguardo per i potenziali pericoli di morte che si nascondono in ogni bottiglia di sangue…” (T. J. Greenwalt (Professore di medicina dell’Università Marquette, Millwaukee), Perché non trasfusioni di “cosmetici”?, Postgraduate Medicine, Marzo 1956).
La medicina ufficiale ritenne che la proporzione fra necessità della trasfusione e il calcolo dei rischi connessi doveva ancorarsi a quantitativi di sangue ampiamente superiore al mezzo litro (sotto tale misura la emotrasfusione si riteneva non necessaria) (P. L. Mollison, Blood Transfusion in Clinical Medicine, II edizione, pag. 99, 1956). Ad esempio, nonostante la consapevolezza che i rischi della malaria da trasfusione subito rilevata e curata poteva essere ridotta al minimo, Blood Transfusion denunciava la morte di numerosi bambini che avevano assunto sangue malarico (P. L. Mollison, Blood Transfusion in Clinical Medicine, pag. 418, 1956).
Nell’aprile del 1956, il direttore medico del Centro Trasfusionale di Londra, riferendosi all’epatite sosteneva che “…la grave natura della malattia e la sua imprevedibilità dovrebbero essere un potente deterrente per le trasfusioni futili…” (R. A. Zeitlin (Centro delle Trasfusioni di Sangue di Londra Sud), The Medical Press, 25 aprile 1956, pag. 351).
Il problema della selezione dei donatori attraverso la mancanza di un test capace di individuare il virus dell’epatite veniva percepito come ulteriormente aggravato dal fatto che l’incubazione era da quaranta giorni a circa cinque mesi (“Complicazioni da trasfusioni di sangue, Modern Medicine, 15 settembre 1956, pag. 81).
(1957) Nella sua IX edizione, un dizionario medico affermava che “… nel passato le virtù delle trasfusioni di sangue sono state esagerate e i pericoli sminuiti. Ora sappiamo che si devono mettere in risalto i pericoli delle trasfusioni di sangue…” (Whitla’s Dictionary of Medical Treatment, IX edizione, 1957).
Un articolo del Canadian Medical Association Journal, del 1 dicembre 1957, riportava un’accusa di un esperto medico: “…almeno metà di tutte le trasfusioni non sono necessarie; personalmente penso che la proporzione sia molto più alta di questa…” (B. Chown, medico di Winnipeg – Manitoba).
(1958) Veniva confermata la probabilità di infezione trasfusionale della malaria (già riconosciuta nei primi anni del XX secolo) ma “…l’esame al vetrino della goccia spessa è di rado utile nella selezione dei donatori malarici dal momento che pure nei pochissimi casi dove i parassiti sono evidenziabili nel sangue la loro presenza può ben sfuggire a causa della loro disparità…” (Nursing Times, 17 gennaio 1958).
Dalle righe del prestigioso The Lancet, un esperto della ex Jugoslavia, esaminando l’improbabile condizione ottimale di esenzione di rischi da emotrasfusione, spiegò “… stanno affiorando difficoltà che non possiamo spiegare: nonostante tutte le precauzioni alcuni pazienti reagiscono sfavorevolmente alle trasfusioni somministrate in maniera corretta…” (A. Polak – Zagabria, The Lancet, 17 maggio 1958, pag. 1042).
I chirurghi americani, riuniti in congresso a San Francisco, lamentarono che probabilmente il cinquantacinque percento delle trasfusioni era soltanto di circa mezzo litro e, pertanto, la modesta quantità era indicativa della non necessarietà ed insensatezza della terapia (Bullettin, Associazione Americana delle Banche del Sangue, Gennaio 1959, pag. 8. Cfr. anche Medical Tribune, 7 novembre 1960). Nello stesso anno, veniva confermato che nessuna trasfusione di circa mezzo litro di sangue (per le persone adulte), poteva essere considerata necessaria da valerne il rischio (The Surgical Clinics of North America, Ottobre 1958, pag. 1221).
Nell’autunno, anche ai medici militari era chiaro che la trasfusione era “…potenzialmente assai pericolosa…” (S. G. Rainsford (Contrammiraglio chirurgo), Journal of Royal Naval Medical Service, 1958).
La comunità scientifica divenne consapevole che già da anni le trasfusioni di sangue erano pericolose e che l’uso e l’abuso consuetudinario dello strumento terapeutico fosse conseguenza dell’andar del tempo e della frequenza trasfusionale, tanto da far affievolire la coscienza di tali rischi. La denuncia europea venne nel 1958 da un esperto inglese che avvertiva: “…l’aumento in tutto il mondo dell’uso terapeutico del sangue ha portato, con la familiarità, il pericolo che rischi che l’accompagnano non siano compresi o vengano dimenticati…” (J.D. James, Pratical BloodTtransfusion, Pubblicazioni Scientifiche Black-well, Oxford, 1958).
Si riteneva che il dodici percento degli emotrasfusi che avevano contratto l’epatite sarebbero morti e, nel migliore dei casi, avrebbero avuto qualche menomazione per tutta la vita (Nursing Times, 17 gennaio 1958. Cfr. anche Postgraduate Medicine, Marzo 1956, pag. 203).
(1959) Si comprese la necessità di frenare l’uso medico pressoché ordinario delle emotrasfusioni. Alla buona fede del medico che prescriveva la trasfusione corrispondeva una prassi definita insensata dall’Ordine dei Medici: “…in parte per la facilità e disponibilità, nonché per l’errata impressione del suo valore in molte situazioni, l’uso sconsiderato di questo potente mezzo terapeutico si verifica non infrequentemente…” (T. W. Shields, M. D., W. A. Rambach, M. D. – Scuola Medica dell’Università Nordoccidentale, Trasfusioni di sangue intero nella pratica chirurgica, The Surgical Clinics of North America, Febbraio 1959, pag. 121).
Sul rilievo che le banche del sangue non chiedevano neppure al donatore se avesse la sifilide, in quanto era pressoché improbabile che i datori mercenari di sangue dicessero la verità, ci si affidava all’esame Wasermann che risultava comunque inidoneo ad individuare la malattia nel periodo di prima latenza: “…la cosiddetta reazione Wasermann che deve provare la presenza della sifilide, seppure la rileva, non è positiva se non dopo qualche tempo che la malattia è stata contratta, e se in questo intervallo ha luogo la trasfusione di sangue può accadere la cosa sfortunata…” (B. Pedersen – Ufficiale Medico dell’esercito danese. Cfr. anche The Surgical Clinics of North America, Febbraio 1959, pag 124, nonchè Cyrus, C. Sturgis, M. D., Hematology, pag. 1163, 1955).
Il Medical Science del 25 luglio 1959, affermava l’inefficacia del test rilevatore della malaria aggiungendo inoltre che “…la refrigerazione del sangue è inefficace…”, e ribadiva l’impossibilità della prevenzione dell’epatite seriosa (E. L. DeGowin, M. D., Reazioni Trasfusionali, Medical Science, 25 luglio 1959, pag. 114. Cfr. anche Medicolegal Digest, Giugno 1960, pag. 23, nonché GP, Settembre 1960, pag. 130).
Nello stesso anno, dalle righe del Medical Bulletin of the U.S. Army, W. H. Crosby, direttore del reparto di ematologia dell’Istituto Walter Reed dell’Esercito accusava la classe medica di “…giocare alla roulette russa con bottiglie di sangue anziché con la rivoltella…” (Postgraduate Medicine, Novembre 1959, pag. A-46 – ristampato su concessione del Medical Bulletin of the U.S. Army, Europe. Cfr. anche GP, Settembre 1960, pag. 127).
(1960) A cavallo degli anni ’50, ’60 alcuni giornali americani pubblicavano le foto che mostravano drogati ed alcolizzati che facevano lunghe file in città come New York per donare il loro sangue dietro compenso. Nello stesso periodo, in altre parti del globo, ai donatori veniva preventivamente fatta la domanda se avevano malattie e in particolare l’itterizia. In Giappone la stampa specializzata riferiva che “…le persone che forniscono il sangue vendono il proprio sangue, ed è da un limitato gruppo di persone misere che principalmente otteniamo questa provvista di sangue… I fornitori di sangue sono accettati senza discriminazione,… fra quelli la cui salute è affetta da povertà sociale ed economica, nonché dal fornire il sangue…” (Japan Medical Association Magazine, 15 settembre 1960).
Fra le righe del Bulletin dell’Associazione Americana delle Banche del Sangue di gennaio si leggeva: “…come tutti sappiamo, la tendenza generale se c’è dubbio è quella di dar sangue con la credenza che faccia qualche bene…”.
Lo stesso anno un testo medico, adottato in Olanda, Surgery for the House Doctor, sosteneva che “…l’opinione che la trasfusione di sangue sia una semplice misura terapeutica non è verace…”. L’affermazione veniva sostenuta da altri “…secondo la nostra accresciuta conoscenza, la responsabilità che si assume con il trapianto del sangue di un uomo in un altro acquista maggior peso…” (Chirurgie voor de huisarts, pag. 33, 1960).
Il New York State Journal of Medicine del 15 gennaio 1960, affermava “…il sangue è dinamite! Può fare molto bene o molto male. La mortalità da trasfusione di sangue è uguale a quella da anestesia eterea o da appendicectomia. Si dice che si verifichi un caso di morte ogni 1.000-3.000, o forse 5.000, trasfusioni. Nella zona di Londra l’incidenza sarebbe di un decesso ogni 13.000 flaconi di sangue trasfuso…”.
Nello stesso articolo, Lester J. Unger, direttore della banca del sangue del Centro Medico Bellevue dell’Università di New York sosteneva: “…le trasfusioni di sangue sono state somministrate secondo la teoria che non possono mai fare danno e che potrebbero recare beneficio al paziente. Quest’idea è sbagliata perché ci sono pericoli connessi alla trasfusione di sangue…”.
La stampa medica specializzata riportava che, nell’estate del 1960, in Russia e in Spagna, il sangue destinato alle trasfusioni veniva prelevato dai cadaveri (M. Fishbein, M.D., Medical Word News, 29 luglio 1960) e nonostante si sosteneva che la pratica non fosse diffusa in altri paesi, alcuni medici di questi ultimi affermavano di aver sperimentato il sangue delle persone decedute in via trasfusionale (“ Trasfusione di sangue di cadaveri”, Bulletin dell’Associazione Americana delle Banche del Sangue, Giugno 1960).
In agosto veniva accertata l’impossibilità di isolare il virus epatico e della conseguente incapacità di produrre un vaccino (British Medical Journal, 13 agosto 1960, pag. 519. Cfr anche Newsweek, 28 marzo 1960).
Nello stesso mese, l’eminente organo di informazione inglese The Lancet riferiva che l’epatite si verifica a seguito di “… una trasfusione su 200- 500…” (The Lancet, 20 agosto 1960, pag. 423. Cfr. anche Today’s Healt, Ottobre 1960, pag. 82), il che significava che in un paese come gli Stati Uniti il rapporto fra trasfusioni ed infezioni epatiche era tra i 10.000 ed i 25.000 casi l’anno.
Negli ospedali Usa, su ogni contenitore di sangue, compariva un’etichetta con l’avvertimento “… nonostante l’accurata selezione dei donatori, questo sangue può contenere il virus dell’omologa epatite seriosa…” (The AMA News, 9 maggio 1960).
Qualche giorno dopo The Lancet denunciava l’aumento esponenziale della malaria nei paesi industrializzati dovuto alla libera circolazione internazionale delle persone, nonché dei militari che avevano prestato servizio nelle zone malariche (The Lancet, 27 agosto 1960, pag. 469). La comunità scientifica si chiedeva se queste persone venissero rifiutate come donatori di sangue!
Contemporaneamente, nell’estate 1960, dall’altra parte del mondo (Giappone), i responsabili dell’Accademia Medica avvertivano energicamente: “… se più del 5 percento della popolazione contrae il virus dell’epatite, non si potranno più usare le trasfusioni di sangue, eccetto in gravi emergenze…” (Yomiuri Shimbun, 23 agosto 1960); ciò malgrado, qualche mese prima (giugno 1960) negli Stati Uniti, il Medical Digest affermava già che “… il 6 percento della popolazione porta il virus dell’epatite seriosa…” (B. D. Hirsh, “La responsabilità della trasfusione di sangue”, Medical Digest, Giugno 1960, pag. 23).
Il giornale dell’Accademia Americana di Pratica Generale del settembre 1960, dichiarava: ”…è una sfortuna che molti abbiano perduto il timore della trasfusione e ora ordinino la trasfusione così allegramente come ordinano una bottiglia di soluzione salina…” (B. Piroffsky, M.D. (Divisione di Medicina Sperimentale della scuola Medica dell’Università dell’Oregon, L’uso e l’abuso della trasfusione di sangue e dei derivati del sangue, GP, settembre 1960, pag. 128).
Nello stesso mese, in Australia, veniva dichiarata l’inefficacia della prevenzione della malaria attraverso la selezione del donatore (“Investigazione dei donatori di sangue sulla malaria accidentale da trasfusione”, The Medical Journal of Australia del 17 settembre 1960, riferiva il caso di una donna infettata dalla malaria da trasfusione risalente alla donazione di un giovane algerino che, all’età di nove mesi, si era trasferito in Australia. I medici non notarono nel giovane attacchi febbrili riconducibili alla malaria, nonostante la madre l’avesse contratta in Algeria – località notoriamente malarica. Quando all’età di diciannove anni il giovane donò il sangue, la ricevente contraeva la malaria. Cfr. anche Nursing Times, 17 gennaio 1958 che riportava il caso di trasmissione trasfusionale della malaria da padre in figlia. Il genitore aveva lasciato la nazione di origine circa venticinque anni prima non sapendo di avere la malattia) nonché “…se non si fa presto la diagnosi e non si segue un’adeguata terapia, l’attacco malarico può ben ridurre il paziente ad una condizione peggiore in cui era prima che gli fosse fatta la trasfusione…” (“Investigazione dei donatori di sangue sulla malaria accidentale da trasfusione”, The Medical Journal of Australia del 17 settembre 1960, pag. 449).
Emanuel Hayt, avvocato dell’Associazione degli Ospedali dello Stato di New York, parlando dei problemi legali della trasfusione di sangue, davanti ad una platea internazionale (Congresso della Società Internazionale della Trasfusione di Sangue del 1960), affermò che “…probabilmente non c’è nessun prodotto biologico che nella terapia medica rechi più possibilità di errore che il sangue…”(Ottavo Congresso della Società Internazionale della Trasfusione di Sangue, Tokyo, Giappone, 12-15 settembre 1960). Al Congresso venne riportato il caso medico-legale di una donna di quarantuno anni che aveva subito quattro trasfusioni di sangue e che, licenziata dall’Ospedale in un buono stato di salute, successivamente si ammalò di sifilide che si scoprì essere conseguenza della terapia ematica. Al danno biologico conseguì quello che oggi verrebbe qualificato come esistenziale: il marito aveva divorziato da lei a causa della malattia venerea!
Premettendo l’esistenza di diverse forme di epatite e tacciando quella post-trasfusionale come la più grave, un emerito scienziato, sosteneva che “…questo tipo [di epatite] può essere così pericoloso per la salute e perfino per la vita che non permetterei mai a nessuno di farmi una trasfusione a meno che io non la ritenessi necessaria per la mia vita…Questa malattia può costare al paziente molto denaro, lo può lasciare storpio, con il fegato rovinato e cirrotico, e gli può causare pure la morte…” (W. C. Alvarez – Clinica Mayo, Star-Ledger di Newark, N. J., 30 settembre 1960).
Nell’ottobre dello stesso anno, il Direttore Medico delle Banche del Sangue del Sud-Ovest di Phoenix (Arizona), dichiarava: “…non si conosce nessun esame di laboratorio che rilevi i donatori che portano il virus dell’epatite…” (J. B. Alzever, Today’s Health, Ottobre 1960, pag. 82).
In un articolo comparso su GP del settembre 1960, venivano ribaditi i rischi imprevisti relativi a trasfusione di sangue correttamente eseguite: “… è impossibile fare attualmente con le attuali mediche ospedaliere una trasfusione di sangue compatibile per tutte le sostanze sanguigne note…” (GP, Settembre 1960, pag. 131. Cfr. anche Journal of the American Medical Association, 30 giugno 1956, pag. 785).
Qualche mese dopo la stampa scientifica inglese confermava la preoccupazione: “… alcune di queste gravi reazioni sono causate dall’errore umano, fattore che non si può mai di eliminare totalmente; in altri pazienti che subiscono reazioni non si rivela nessuna causa nemmeno quando le tecniche della classificazione in tipi e dell’accoppiamento siano stati meticolosamente riesaminati…” (J. H. Morton, M.D. – Docente di chirurgia e anatomia chirurgica presso l’Università di Rochester-, The New England Journal of Medicine, 22 dicembre 1960. Cfr. anche G. Discombe, Blood Transfusion, Inghilterra, 1960).
Nello stesso periodo, rilevando che la maggior parte dei medici non conoscevano bene la complessa struttura dei fattori sanguigni, la stampa delle Banche del Sangue riportava l’affermazione di esperti medici: “… l’accresciuto uso di trasfusioni di sangue ha avutonei recenti anni lo strano effetto che la maggioranza di clinici conoscono il soggetto di meno anziché di più, semplicemente perché la sua crescente complessità li ha sospinti nel campo della conoscenza specializzata. Dal medico che ordina sangue per un paziente, non ci si può attendere che sia ben versato in tutti gli aspetti di questa conoscenza…” (P.I. Hoxworth, “ Responsabilità dei medici nella trasfusione di sangue”, Bulletin dell’Associazione Americana delle Banche del Sangue, Marzo 1960, pag. 111).
Altri ancora sostenevano che “… l’accresciuto uso [di sangue] ha dato luogo a rischi grandemente accresciuti…perché un accresciuto numero di accettori che hanno ricevuto trasfusioni in una precedente occasione possono aver acquisito anticorpi contro gli antigeni del gruppo sanguigno…” (The Medical Journal of Australia, 24 settembre 1960, pag. 509. Cfr. anche Today’s Health, Ottobre 1960, pag. 83 nonché New York State Medical Journal, Maggio 1954, pag. 1292).
(1961) In un articolo dall’emblematico titolo: “Tre trasfusioni di sangue su quattro sono più nocive che salutari”, Sidney Katz, noto giornalista medico-scientifico (in collaborazione con un medico specializzato), denunciava gli abusi sull’uso incontrollato delle trasfusioni di sangue e sulla disinformazione che taceva sui gravi rischi correlati (Maclean’s, 26 agosto 1961).
(1967) Il Medical Economist dell’11 dicembre 1967, sosteneva “…nessun prodotto biologico ha nella pratica medica un potenziale di errori letali più grande del sangue. Più di un medico ha imparato a proprie spese che ogni flacone di sangue nelle banche del sangue è un potenziale flacone di nitroglicerina…” (W. S. Miller, Medical Economist, 11 dicembre 1967, pag. 96).
(1969) Era chiaro che l’incompatibilità del sangue trasfuso produceva una reazione emolitica con conseguente distruzione dei globuli rossi, insufficienza renale, schok e decesso. La pericolosità riguarda particolarmente i pazienti anestetizzati in quanto i prodromi letali restano lungamente latenti (Journal of Forensic Sciences, Gennaio 1969, pag. 87).
Riferendo dell’Assemblea del Collegio dei Chirurghi Americani del 1969, il Tribune of Chicago riassumeva i lavori congressuali dai quali era emerso che il “…pericolo di effetti nocivi del sangue è assai più grande di quanto non si credesse in precedenza con un paziente su 20 che accusa una reazione…” (R. J. Baker, Tribune of Chicago, 10 ottobre 1969, pag. 2).
L’affermazione più convincente e confessoria venne dal presidente di una delle più grandi Banche del Sangue che, sulla drammatica presa di coscienza dei congressisti sui rischi delle emotrasfusioni, dichiarava “…la relazione fa spavento ma è realistica perché gli stessi problemi si presentano a ogni istituzione in tutto il mondo…” (C. E. Huggins, Tribune of Chicago, 10 ottobre 1969, pag. 2).
(1970) Il dottor Denton Cooley, specialista di cardiochirurgia del Texas lamentava: “…di tutte le cose che possono andar male durante le operazioni al cuore…sono sempre state le complicazioni da trasfusioni di sangue. Il paziente rischia l’epatite, reazioni che causano choc e la possibilità che il sangue trasfuso sia incompatibile col suo. Ora pare che questo problema sia stato risolto da un gruppo di medici di Houston. Essi semplicemente eliminano le trasfusioni…” (The Arizona Republic, 6 dicembre 1970).
(1971) Fra le malattie trasmissibili con le emotrasfusioni veniva annoverata l’epatite B (epatite da siero). Era ampiamente noto che all’aumento delle trasfusioni praticate, corrispondono le probabilità di infezioni da epatite di tipo B ma, era altrettanto noto, che per la contrazione della malattia è sufficiente un milionesimo di millilitro di sangue infetto (molto meno di una goccia) (R. M. Titmuss, The Gift Relationship, pag. 142, 1971).
I giudici americani (Corte Suprema dell’Illinois), cominciarono ad affermare il principio della responsabilità ospedaliera dei danni causati ad un paziente che aveva contratto l’epatite post-trasfusionale.
The Wall Street Journal, 14 giugno 1971, osservava allarmato: “…si calcola che 180.000 americani all’anno contraggono l’epatite sierosa solo a causa di trasfusioni di sangue. Di essi, 3.000 muoiono e 30.000 altri sono costretti a letto per settimane…”(Al pedaggio dell’epatite post-trasfusionale seguono altre complicanze rilevate nei primi anni settanta dal libro Complications in Surgery Management che al titolo “Mortalità cumulativa per complicazioni da trasfusioni di sangue”, affermava che “…la mortalità annua per sole tre complicazioni da trasfusione di sangue (reazioni emolitiche, sovraccarico ed epatite sierosa), si calcola sia di 16.500. Benché alcuni presupposti seguiti per pervenire a questa cifra siano discutibili, non si può negare il fatto che questo trattamento causa un’enorme perdita di vite e un enorme quantità di malattie, …In termini di invalidità e perdita di vite…le trasfusioni di sangue competono con alcuni dei nostri maggiori problemi sanitari…”).
(1972) L’autorevole dottor J. G. Allen dell’Università di Stanford, dell’Università di Stanford (USA), riportava i risultati di uno studio:“…le trasfusioni di sangue uccidono ora almeno 3.500 Americani e ne danneggiano dal punto di vista medico altri 50.000 ogni anno”…Comunque, siccome molti medici hanno la cattiva abitudine di non denunciare tutti i casi, secondo il Centro per il Controllo delle Malattie, la cifra reale potrebbe essere addirittura di 35.000 decessi e 500.000 infermità all’anno dovute alle trasfusioni di sangue…” (The National Observer, 29 gennaio 1972).
Nel numero di settembre, il Tropical Diseases Bulletin rendeva noto che con la trasfusione di sangue potevano essere trasmesse malattie tipiche delle zone tropicali (Tropical Diseases Bulletin, Settembre 1972, pagg. 828, 848: morbo di Chagas, mortalità del 10 percento; tripanosmiasi africana, malattia del sonno; framboesia; filariasi).
In Europa, la letteratura medica tuonava: “…un flacone di sangue è una bomba…può anche essere per il paziente una bomba ad orologeria…” (C. Ropartz, Le Concours Médical, 1 aprile 1972, pag. 2598).
(1973) L’Ordine dei Medici Americani informava gli iscritti che “…con l’aumento dei viaggi nel mondo e con il ritorno di personale da zone endemiche, c’è stato un aumento nell’incidenza della malaria in quelli che hanno ricevuto trasfusioni di sangue…” (General Principles of Blood Transfusion, pag. 15, 1973).
Il Newsweek, del 30 aprile 1973, osservava che l’emotrasfusione era “…un processo che può causare serie complicazioni se il sangue nuovo è contaminato o non combina esattamente con quello del paziente…”. L’allarme della stampa rivolta all’opinione pubblica veniva sostenuta nello stesso anno da un esperto: “…nella pratica medica nessun prodotto biologico è in potenza più suscettibile di fatali errore del sangue. Più di un medico ha imparato con suo rammarico che ogni flacone di sangue nella Banche del sangue è in potenza un flacone di nitroglicerina…” (W. Miller, Medical Economics, 1973).
Nello stesso anno la capacità letale delle trasfusioni veniva stimata negli Usa in più di 30.000 contraenti l’epatite, di cui 3.000 morivano. Tuttavia, il Congressional Record degli Stati Uniti affermava che “…il Centro per il Controllo delle Malattie ha dichiarato che l’effettivo numero di casi di epatite può essere molto superiore alla cifra ufficiale per il fatto che molti medici non denunciano i casi di epatite sierosa. Il Centro calcola che fino a 35.000 decessi e 5.000 casi di malattie l’anno siano dovuti alla presenza dell’epatite sierosa nel sangue trasfuso…”.
Le stime andavano oltre le complicanze epatiche da trasfusione e tenevano conto anche delle reazioni emolitiche: “…in quanto ad invalidità e perdite di vite…le trasfusioni di sangue competono con alcuni dei nostri maggiori problemi sanitari…”(Complications in Surgery Management, 1973), tant’è che un Textbook stimava che negli Usa ogni anno si sarebbero riscontrate almeno 12.000 reazioni alle emotrasfusioni (C. Loeb, Textbook of Medicine, 1973).
Nel continente africano, la stampa di Bulawayo (Rhodesia) riferiva alla fine del 1973, della drammatica vicenda di due bambini, un maschi ed una femmina, che a seguito di una trasfusione di sangue (dello stesso donatore), erano stati infettati da sifilide. L’articolo sosteneva che “…ai bambini era stato trasfuso sangue fresco, sottoposto ai normali esami, dichiarato esente da malattie veneree…” (Sunday News, 1973). L’anomalia veniva spiegata con il fatto che era “…difficile individuare la sifilide nei primi stadi e i donatori [potevano] non essere consapevoli della loro infezione…” (D. Christopher, Textbook of Surgery, 1973).
Veniva effettuato uno studio (Usa) su 29.000 donatori di sangue al fine di verificare la sensibilità del liquido ematico, che rilevò una elevata concentrazione di ossido di carbonio da tre a quattro volte superiore al normale (monossido di carbonio Composto chimico contenente carbonio e ossigeno. È un gas incolore, inodore, più leggero dell’aria, velenoso per molte forme di vita. Quando viene inalato, si combina con l’emoglobina del sangue, impedendo l’assorbimento di ossigeno e provocando asfissia). I ricercatori trovarono la causa nei gas di scarico dei veicoli, nel fumo di tabacco e nello stile di vita dei donatori (Ricerca inedita – Wisconsin).
(1974) Nel numero di febbraio del Surgery si acclarava il fallimento dei tentativi attuati dalla scienza per i superare i rischi connessi alle trasfusioni di sangue “…sono stati proposti nuovi e più gravi problemi inerenti alle trasfusioni massive, problemi appena o non affatto considerati fino a soli cinque anni or sono, tuttavia tali da adombrare potenzialmente quasi tutti i problemi che hanno ossessionato consapevoli addetti alle banche del sangue, clinici e investigatori durante i primi 40 anni dell’attività delle banche cliniche del sangue…” (Surgey, Febbraio 1974, pagg. 274, 275).
Quanto ai pericoli futuri derivanti dalle trasfusioni, John A. Collins (Istituto di Medicina dell’Università di Washington), affermava, dalle righe del Surgey: “…l’elenco delle malattie trasmissibili varierà e di certo crescerà, e potrà esserci profondo turbamento mentre si identificheranno nel sangue umano altri virus in relazione con i tumori…”.
Autorevoli pareri sostenevano che “…una franca valutazione dei fatti prova che la trasfusione di sangue si deve onestamente considerare come un procedimento che implica notevole pericolo e perfino potenzialmente letale…”(Maxwell M. Wintrobe, pag. 474, 1974, Clinical Hematology).
Alcune autorità sanitarie ritenevano che fra il dieci ed il dodici percento degli infettati da epatite B post-trasfusionale fossero destinati a morire (Scandinavian Journal of Infectious Diseases, Vol. 6, pag. 286, 1974). Le previsioni letali aumentavano con l’età: negli ultraquarantenni la probabilità di morte venivano stimate intorno al venti percento

(1975) (J. W. Linman, Hematology, pag. 994, 1975) e, sopra i sessanta anni, al cinquanta percento (1971) (R. M. Titmuss, The Gift Relationship, pag. 147, 1971).
Secondo il Journal of Hygiene dell’ottobre 1974, all’epoca una persona trasfusa su cento contraeva l’epatite (Journal of Hygiene, Ottobre 1974, pag. 173. Cfr. anche Southern Medical Journal, Aprile 1976, pag. 477). Qualche mese prima tuttavia esperti più prudenti – considerando la lungolatenza dei sintomi dell’epatite B, con un’incubazione di oltre sei mesi dalla trasfusione – affermarono, già allora, che “…negli ultimi dieci-quindici anni, nei centri trasfusionali delle grandi comunità, la sua incidenza è stata di circa l’1%, come risulta dagli studi retrospettivi delle malattie clinicamente evidenti. Comunque, quando in laboratorio si studiano prospettivamente i pazienti trasfusi a intervalli da 2 a 4 settimane, si riscontra che l’infezione ha un’incidenza fino a dieci volte maggiore…” (J. B. Alsever e P. Van Schoonhoven, Arizona Medicine, Aprile 1974, pag. 263).
Nel Congresso dei Chirurghi della Germania Settentrionale del 1974, H. Busch esperto di medicina trasfusionale, terminò la sua relazione sostenendo che “…il sangue dovrebbe essere considerato un farmaco pericoloso, e si dovrebbe usare con la stessa cautela con cui si usa, per esempio, la morfina…” (Die Welt, 9 dicembre 1974). Venne affermato che per realizzare l’optimum, la trasfusione dovrebbe essere effettuata entro ventiquattro ore dalla donazione poiché il valore biologico del sangue si altera con il trascorrere delle ore, conseguendone l’aumento di pericoli metabolici a causa del ricambio del sangue conservato. D’altra parte, venne riconosciuto il rischio di trasmissione post-trasfusionale della sifilide nel caso di somministrazione di sangue non conservato per almeno settantadue ore. Ad amplificare il paradosso scientifico, venne ammesso che i test per l’individuazione del virus della sifilide non erano in grado di rilevarne la presenza nello stadio iniziale.
I lavori congressuali denunciarono inoltre il pericolo di infezione post- trasfusionale da citomegalovirus (in particolare per i bambini) e da malaria. In conclusione, il documento tedesco sui lavori indicava i “…risultati gravissimi, perfino mortali…” conseguenti alle trasfusioni di sangue.
(1975) Un autorevole testo scientifico, realizzato da J. W. Linman, uno dei massimi esperti sul sangue (J. W. Linman, Hematology, 1975) e destinato a medici e a studenti universitari (e quindi alla futura classe medica scientifica), elencava le principali reazioni post-trasfusionali al tempo rilevate (“…Febbrili: anticorpi leucocitari; anticorpi piastrinici; pirogeni. Allergiche. Emolitiche: trasfusione incompatibile. Trasmissione di malattie: epatite da siero; malaria; sifilide; infezione da citomegalovirus. Grave contaminazione batterica. Sovraccarico cardiaco. Intossicazione da citrato. Intossicazione da potassio. Sindrome emorragica: trasfusione incompatibile; trasfusione massiva. Isosensibilizzazione. Emosiderosi da trasfusione. Varie: tromboflebite; embolia. Iniezione di materiale estraneo…”. Tutte queste reazioni da emotrasfusione sono letali; alcune immediate. Ad esempio, quelle che possono apparire come banali reazioni febbrili o pirogene, possono diventare “…gravi reazioni febbrili… ed essere abbastanza stressanti da costituire una minaccia per la vita di certi pazienti affetti da malattie acute” J. W. Linman, Hematology, pag. 991, 1975) e il pericolo da contaminazione batterica del sangue: anche in quello perfrigerato i batteri possono moltiplicarsi con una mortalità fra il cinquanta ed il settantacinque percento.
Nel gennaio 1975 gli Annals of the New York Academy of Sciences pubblicavano una stima di 30.000 casi di epatite da trasfusione di sangue l’anno (solo negli USA) con una incidenza mortale fra i 1.500-3.000 casi ( Annals of the New York Academy of Sciences, 20 gennaio 1975, pag. 191).
Qualche mese dopo The American Journal of the Medical Sciences – su informazioni del Centro Governativo per il Controllo delle Malattie – indicava autorevolmente e prudentemente che i decessi da epatite B erano circa 200.000 all’anno (The American Journal of the Medical Sciences, Settembre-Ottobre 1975, pagg. 276, 281. Cfr. anche Mobidity and Mortality Weekly Report, 7 maggio 1976, pag. 3). La stima, drammaticamente più allarmante, era già stata paventata nel 1972 (Inspection News, Novembre-Dicembre 1972, pag. 18).
(1976) Le conoscenze medico-scientifiche non permettevano di censurare il virus dell’epatite: “…anche con i test più sofisticati mediante il solo vaglio di laboratorio del sangue del donatore si può forse evitare solo 1 caso su 8 di epatite post-trasfusionale oppure meno” (M. Shapiro – Servizio Trasfusioni di Sangue del Sud Africa, South African Medical Journal, 24 gennaio, 1976, pag. 107).
Nel rapporto Oasis del febbraio 1976, il Governo degli Stati Uniti veniva espressamente sostenuto che “…la donazione di sangue può paragonarsi all’invio di una pistola carica a una persona non sospettosa e impreparata…come per la pistola carica, c’è una leva o pulsante di sicurezza che governa la trasfusione di sangue. Ma quante persone sono morte per ferite da colpi di pistola come risultato della convinzione che era stata messa la ‘sicura’?”(Oasis, Febbraio 1976, pagg. 23, 24).
Fra le righe del Southern Medical Journal – a rettifica delle precedenti stime dello studio dell’Università di Stanford del 1972 – si leggeva che erano “…fra i 3.000 e i 30.000 decessi attribuibili alle trasfusioni…” nei soli Stati Uniti (Southern Medical Journal, Aprile 1976, pag. 476).
Nello stesso anno la comunità scientifica riconobbe l’impossibilità di eliminare i rischi epatici post-trasfusionali: “…nessuno dei metodi ora conosciuti per la conservazione del sangue possiede alcuna proprietà antivirale. Qualsiasi mezzo capace di distruggere o solo di attenuare il virus dell’epatite distruggerà anche il sangue o frazioni di sangue…” (The Journal of Legal Medicine, Giugno 1976, pag. 19).
Il Medicolegal Forms with Legal Analysis, riscontrava l’impotenza della comunità scientifica di garantire sangue sicuro e la corrispondente necessità, da parte dei medici e degli ospedali, di acquisire (dai pazienti) una dichiarazione di esonero della loro responsabilità in caso di danni da trasfusione (Medicolegal Forms with Legal Analysis, 1976, pag. 83).
(1977) In un articolo di marzo si leggeva: “…si calcola che entro lo scorso decennio 30.000 persone siano morte di epatite sierosa [trasmessa mediante le trasfusioni di sangue]…e in migliaia d’altri casi il fegato dei pazienti è stato irreparabilmente danneggiato da trasfusioni di sangue contaminato” (Family Health, Marzo 1977).
(1982) Uno studio fotografava chiaramente che la veicolazione trasfusionale di virus patogeni riguardava decine e decine di malattie. Oltre alla sifilide, alla malaria e all’infezione di citomegalovirus (il paziente più noto al quale venne somministrato sangue infetto – infezione da citomegalovirus – fu il Papa che venne trasfuso a seguito dell’attentato perpetrato da Ali Agca del 13 maggio 1981) si dava “… notizia di molte altre malattie trasmissibili mediante le trasfusioni di sangue, fra cui infezioni da virus erpetico, mononucleosi infettiva (virus di Epstein-Barr), toxoplasmosi, tripanosomiasi [malattia del sonno africana e morbo di Chagas], leishmaniosi, brucellosi [febbre maltese], tifo, filariosi, morbillo, salmonellosi e febbre delle Montagne Rocciose…”(L. C. Stehling, “Techniques of Blood Transfusion” pagg. 189-90, 1982 Boston).
Nel maggio 1982, in Italia il Prof. Veneroni (Milano) affermava che “…con il progredire delle nostre conoscenze si rivelano sempre più numerosi i rischi della trasfusione omologa…”. L’assunto sottolineava il fatto che, considerando il rapporto rischi-benefici delle emotrasfusioni, la proporzione rivelava l’aumento dei rischi.
Il premio Nobel per la medicina nel 1984, l’immunologo danese (l’immunologo studia il sistema deputato alla difesa dell’organismo dagli agenti patogeni e delle sostanze estranee) Niels Jerne Kaj, che non aveva accettato personalmente una trasfusione di sangue motivò tale rifiuto affermando che “…il sangue di un individuo è come le sue impronte digitali: non esistono due tipi di sangue esattamente uguali…”.
Il Presidente del Comitato per le Malattie trasmesse con le trasfusioni (presso l’Associazione Americana delle Banche del Sangue), indicando nel 1943 l’anno in cui si iniziò a studiare l’infezione da epatite post-trasfusionale, esponeva: “…ora che sono passati circa quarant’anni, la trasmissione dell’epatite attraverso almeno quattro diversi virus trasportati dal sangue è un rischio riconosciuto della trasfusione, e sono elencati molteplici altri agenti infettivi trasmissibili per mezzo del sangue e dei suoi derivati…”. Quanto all’allarme AIDS, rilevava che “…oltre ai benefici previsti, i medici devono soppesare i rischi che la trasfusione comporta per chi la riceve. Questo concetto non è nuovo, ma è diventato più pressante, dato che non si può assicurare ad un paziente preoccupato che se accetta una trasfusione non contrarrà l’AIDS…”(J. Bove, The New England Journal of Medicine, 12 gennaio 1984).
(1984) Il professor James Oleske ammetteva: “…quello che mi spaventa come pediatra e immunologo…è che siamo ancora nell’allarmante periodo in cui sono state somministrate a bambini prematuri un gran numero di trasfusioni sanguigne prima che venissimo a conoscenza dell’AIDS … Se alla fine degli anni settanta e al principio degli ottanta le nostre scorte di sangue erano effettivamente contaminate dall’agente dell’AIDS, allora un considerevole numero di bambini prematuri potrebbero essere stati esposti [al contagio]…Il guaio è che non esiste un semplice mezzo di indagine per scoprire l’AIDS, e senza questo esame diagnostico non c’è veramente nessun modo per sapere chi forse ce l’ha in incubazione ma si sente bene e può donare sangue…” (Data Centrum, gennaio 1984).
Il 10 gennaio 1984, nei giornali americani circolava la notizia: “…nel 1982 circa 200.000 americani hanno contratto l’epatite B, secondo il Centro per il Controllo delle Malattie (CDC) di Atlanta; 15.000 persone sono state ricoverate in ospedale per la fase acuta della malattia, e 112 sono morte. Altre 4.000 persone sono morte per complicazioni attribuite a questa malattia…”.
Qualche giorno dopo il dottor Joseph Bove affermava: “…oltre ai benefìci previsti, i medici devono soppesare i rischi che la trasfusione comporta per chi la riceve. Questo concetto non è nuovo, ma è diventato più pressante, dato che non si può più assicurare a un paziente preoccupato che se accetta una trasfusione non contrarrà l’AIDS…” (The New England Journal of Medicine, 12 gennaio 1984).
(1986) Un esperto, dottor John S. Spratt scriveva in una rivista medica: “…il chirurgo oncologo [visto che il tasso di recidive di cancro è molto più elevato dopo gli interventi in cui è stato trasfuso sangue] potrebbe dover rinunciare alle trasfusioni…” (The American Journal of Surgery, Settembre 1986).
(1987) Un testo specialistico affermava: “…questo era il più amaro di tutti i paradossi della medicina: che il sangue, prezioso dono di vita, potesse rivelarsi uno strumento di morte…” (Autologous and Directed Blood Programs, 1987).
Nel mese di febbraio venne pubblicato un reportage condotto nei Paesi Bassi: “…nei pazienti affetti da cancro del colon…è stato riscontrato un significativo effetto sfavorevole delle trasfusioni sulla sopravvivenza a lungo termine. In questo gruppo la sopravvivenza globale cumulativa in un periodo di cinque anni è stata del 48% nei pazienti trasfusi e del 74% nei non trasfusi…” (Cancer, 15 febbraio 1987).
(1989) Il Cleveland Clinic Journal of Medicine riportava alcune deduzioni scientifiche: “…il sangue è sempre stato circondato da un alone magico. Nei primi 46 anni sia la classe medica che il pubblico considerarono le scorte di sangue più sicure di quanto in realtà non fossero…” (L. J. Keating, Cleveland Clinic Journal of Medicine, Maggio 1989).
Nel dicembre il New England Journal of Medicine rendeva noti i dati allarmanti relativi alla capacità infettiva di una sola unità di sangue che può contenere virus dell’AIDS fino da causare 1.750.000 infezioni (New England Journal of Medicine, 14 dicembre 1989).
Un articolo del Journal of the National Medical Association, titolava emblematicamente: “Emotrasfusioni: usi, abusi e pericoli”, faceva riferimento alle conoscenze mediche dei primi anni sessanta che già allora definivano “…le trasfusioni di sangue come una procedura relativamente pericolosa…” (“Quasi 30 anni fa Sampson descriveva la trasfusione di sangue come una procedura relativamente pericolosa … [Da allora] sono stati individuati e caratterizzati almeno altri 400 antigeni dei gruppi sanguigni. Non c’è dubbio che il numero continuerà a salire perché la membrana degli eritrociti è enormemente complessa”. — Journal of the National Medical Association, Luglio 1989).
Un’inchiesta giornalistica dello stesso anno riferiva che ad un nutrito gruppo di medici venne domandato se, nel caso di necessità, avrebbero accettato una trasfusione di sangue: “…tutti hanno risposto di no, anche se nessuno ha raccomandato di scartare il sangue di questi donatori…” (The New York Times, 18 luglio 1989).
Il catalogo delle malattie trasmissibili per via trasfusionale si è ampliato comprendendone altre come “…leucemia, linfoma e demenza presenile [o morbo di Alzheimer]…” (Nel gennaio 1989 nella rivista scientifica Tranfusion Medicine Reviews si leggeva che“…può darsi che le scorte di sangue debbano essere sottoposte a test per evitare la trasmissione di varie malattie che in precedenza non erano ritenute infettive, come leucemia, linfoma e demenza presenile [o morbo di Alzheimer]”) compresa la sindrome da immunodeficienza acquisita, più drammaticamente conosciuta come AIDS e l’epatite C.
Alla fine degli anni ’80 era abbondantemente chiaro che, oltre alla trasmissione di virus patogeni, il sangue trasfuso agiva infatti sul sistema immunitario stimolando diverse reazioni di difesa dell’organismo (in un documento del Congresso del National Institutes of Health del 1988, venne affermato che “…circa una trasfusione su 100 è accompagnata da febbre, brividi e orticaria…circa una trasfusione di eritrociti su 6.000 da luogo a una reazione emolitica. Questa è una grave reazione immunitaria che può verificarsi in modo acuto o qualche giorno dopo la trasfusione; può provocare insufficienza renale acuta, shock, coagulazione intravascolare disseminata e anche la morte…”); infatti, già nel trentennio compreso fra gli anni sessanta e novanta del ventesimo secolo, “…sono stati individuati e caratterizzati almeno altri quattrocento antigeni dei gruppi sanguigni. Non c’è dubbio che il numero continuerà a salire perché la membrana degli eritrociti è enormemente complessa…” (Douglas H. Posey, “Emotrasfusioni: usi, abusi e pericoli”, Journal of the National Medical Association, luglio 1989).
Il problema della trasmissione di virus veniva amplificato dalla diffusione internazionale del sangue infetto raccolto in paesi caratterizzati da determinate malattie, poi veicolate in altri paesi e per via trasfusionale ai pazienti. Fra le diverse malattie che possono trasmettersi da un continente all’altro, quella di Chagas meglio descrive la diffusione. Attraverso la puntura al viso da parte di un insetto, che succhia il sangue e depone le uova nella ferita, l’organismo umano manifesta successivamente i sintomi letali di problemi cardiocircolatori. Inconsapevole del proprio stato e prima del manifestarsi della malattia, la persona dona il sangue infetto che sarà poi veicolato in altri pazienti che possono trovarsi dall’altra parte del pianeta (in particolare nel caso del plasma che può essere conservato più a lungo). Nel numero del 16 gennaio 1990, il Medical Post, affermava che in America Latina vi erano oltre 10 milioni di persone in cui si era cronicizzato il morbo di Chagas considerato come “…uno dei principali rischi trasfusionali nell’America del Sud…”. Un anno prima, il New York Times del 23 maggio 1989, il dottor L. K. Altman sosteneva che “…altri casi potrebbero essere passati inosservati perché (negli Stati Uniti i medici) non hanno dimestichezza col morbo di Chagas, né si rendono conto che potrebbe essere trasmesso con le trasfusioni…”).
Altrettanto noto era che, dalla complessità del sangue, poteva derivare il rigetto del liquido ematico trasfuso. Infatti come tessuto connettivo (al pari di altri tessuti come polmoni, rene, cuore, ecc.) oggetto di trapianto, il sangue, al pari di altri tessuti o organi (come il cuore, il fegato, ecc.), viene avvertito, dal sistema immunitario del paziente ricevente, come un corpo estraneo. Cosicché, anche il sangue validato dalle prove crociate di compatibilità e di tipizzazione del gruppo sanguigno può compromettere gravemente il sistema immunitario del paziente trasfuso. (E’ scientificamente noto che centinaia di relazioni scientifiche “hanno stabilito un nesso fra trasfusioni di sangue e risposte immunitarie”. — Medical World News, 11 dicembre 1989). Ne consegue che alla riduzione funzionale del sistema immunitario corrisponde un’inevitabile aumento delle probabilità di contrarre malattie. (Una ricerca condotta nei Paesi Bassi e pubblicata nella rivista Cancer del 15 febbraio 1987 affermava che “…nei pazienti affetti da cancro del colon è stato riscontrato un significativo effetto sfavorevole delle trasfusioni sulla sopravvivenza a lungo termine. In questo gruppo la sopravvivenza globale cumulativa in un periodo di 5 anni è stata del 48% nei pazienti trasfusi e del 74% nei non trasfusi…” La University of Southern California, nell’ambito di uno studio su un gruppo di pazienti oncologici sottoposti ad interventi chirurgici, sosteneva che “…la recidività di tutti i carcinomi laringei è stata del 14% per i non trasfusi e del 65% per i trasfusi. Per i tumori del cavo orale, della faringe e del naso o dei seni paranasali, il tasso di recidive è stato del 31% senza trasfusioni e del 71% con le trasfusioni”. — Annals of Otology, Rhinology & Laryngology, Marzo 1989. Cfr. anche John S. Spratt che nell’articolo “Emotrasfusioni e chirurgia oncologica”, osserva: “Il chirurgo oncologo potrebbe dover rinunciare alle trasfusioni”. — The American Journal of Surgery, Settembre 1986). Inoltre, un sistema immunitario compromesso da trasfusione di sangue è incapace di difendere l’organismo dalle infezioni ciò significa che i pazienti trasfusi hanno più probabilità di contrarre infezioni (P. I. Tartter in uno studio afferma che le “…trasfusioni di sangue somministrate prima, durante o dopo l’intervento sono state associate a complicanze infettive … Il rischio di contrarre un’infezione postoperatoria aumentava proporzionalmente al numero di unità di sangue trasfuse”.- The British Journal of Surgery, Agosto 1988).
(1990) All’inizio degli anni ‘90, in prossimità del raggiungimento della “sicurezza sangue” anelata da decenni, nonostante l’oramai collaudato del test per l’individuazione del virus HBV (epatite B) si continuava a rilevare che “…l’incidenza dell’epatite post-trasfusionale diminuì dopo l’universale adozione dei test di controllo del sangue, tuttavia il 5-10 percento dei casi di epatite post-trasfusionale sono tuttora provocati dall’epatite B…” (Patient Care, 28 febbraio 1990), tanto che la comunità medica si dichiarava “… da tempo consapevole che, anche se il livello di sicurezza delle scorte di sangue è il massimo di che ci consente lo stato attuale della nostra conoscenza, la trasfusione di sangue da sempre comporta un rischio. La più frequente complicanza delle emotrasfusioni rimane dell’epatite non-A non-B (NANBH); fra le altre complicanze possibili ci sono epatite B, isoimmunizzazione, reazioni trasfusionali, immunosoppressione e sovraccarico di ferro…Si prevede che [solo negli Stati Uniti] circa 40.000 persone contrarranno ogni anno l’epatite NANBH, e che fino al 10 percento di loro svilupperà una cirrosi epatica e/o un epatoma [cancro del fegato]…” (L.T. Goodnough, J.M. Shuck, The American Journal of Surgery, Giugno 1990).
Nonostante l’aumento dei controlli, emergeva nuovamente il problema del sangue che, indipendentemente dall’aver superato le prove crociati di compatibilità, era idoneo ad incidere negativamente sul sistema immunitario del ricevente, favorendo così i tumori. Con una ricerca canadese veniva appurato che i “…pazienti affetti da tumori cerebrali e del collo indicava che coloro che erano stati trasfusi durante la rimozione di un tumore presentavano in seguito un significativo abbassamento della risposta immunitaria…” (The Medical Post, 10 luglio 1990).
L’anno prima (1989), la University of Southern California riferiva che “… la recidività di tutti i carcinomi laringei è stata del 14 percento per i non trasfusi e del 65 percento per i trasfusi. Per i tumori del cavo orale, della faringe e del naso o dei seni paranasali, il tasso di recidive è stato del 31 percento senza trasfusioni e del 71 percento con le trasfusioni…” (Annali of Otology, Rhinology & Laryngology, Marzo 1989).
La consequenziale immunosoppressione faceva anche chiarezza sulle maggiori probabilità di infezioni durante le operazioni chirurgiche: “…su 12 studi clinici, 10 hanno riscontrato che la trasfusione era legata in maniera significativa ed indipendente a un accresciuto rischio di infezione batterica…Inoltre, se gli effetti immunologici delle trasfusioni sono così duraturi come suggeriscono alcuni studi, trasfusioni fatte molto tempo prima di un intervento chirurgico possono influire sulla resistenza del paziente alle infezioni…Se questi dati si potranno estendere e confermare, sembra che le infezioni postoperatorie acute potrebbero essere la più diffusa complicanza associata alle trasfusioni omologhe…” (Transusion Medicine Reviews, Ottobre 1990).

(Interamente tratto da: Indennizzo e risarcimento da prelievi e trasfusione di sangue, R. Mattarelli, R. Mezzini, pag. 260 – 284, Maggioli, 2007).