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GIURISPRUDENZA SULLA RESPONSABILITA’ DA SANGUE INFETTO

TIPOLOGIA DELLA TUTELA
La menomazione della salute derivante da trattamenti sanitari può determinare tre categorie di situazioni, e cioè, la prima, il diritto al risarcimento pieno del danno in caso di comportamenti colpevoli secondo la generale previsione dell’art. 2043 c.c., la seconda, il diritto ad un equo indennizzo, discendente dall’art. 32 della Costituzione in collegamento con l’art. 2 allorché il danno, non derivante da fatto illecito, sia conseguenza dell’inadempimento di un obbligo legale ed infine il diritto, ove ne sussistano i presupposti a norma degli artt. 38 e 2 della Costituzione, a misure di sostegno assistenziale disposte dal legislatore, nell’ambito dell’esercizio costituzionalmente legittimo dei suoi poteri discrezionali, come nel caso della disciplina apprestata dalla legge n. 210 del 1992. (Trib. Genova, Sez. II, 22/02/2006-Massima redazionale, 2006).
In tema di menomazione della salute derivante da trattamenti sanitari si possono verificare (come chiarito da Corte cost. n. 226 del 2000) tre diverse situazioni, cioè: a) il diritto al risarcimento del danno ai sensi dell’art. 2043, c.c., ove ne ricorrano le condizioni; b) il diritto ad un equo indennizzo, discendente direttamente dall’art. 32 cost., in relazione all’art. 2, qualora si tratti di danno, non derivante da fatto illecito, che sia conseguenza dell’adempimento di un obbligo legale; c) il diritto, ove ne sussistano i presupposti a norma dell’art. 2 e dell’art. 38, cost., a misure di sostegno assistenziale che sono disponibili dal legislatore nell’ambito dell’esercizio costituzionalmente legittimo dei suoi poteri assistenziali. L’intervento della legge n. 210 del 1992, la cui disciplina è espressione di tale ultima ipotesi, non ha escluso la possibilità che nel caso in cui ricorrano gli estremi di una responsabilità civile ai sensi dell’art. 2043 c.c., il privato possa agire invocando la responsabilità aquiliana (nell’affermare tale principio la Suprema Corte ha espressamente lasciato impregiudicata, in quanto non proposta dal ricorso oggetto di decisione la questione se il diritto al risarcimento ed il diritto all’indennità ex lege citata siano alternativi ovvero cumulativi, e in questo secondo caso entro quali limiti). (Cass. civ., Sez. III, 31/05/2005, n. 11609-Foro Amm. CDS, 2005, 2499).

HCV DA EMODERIVATI
Il ministero della salute è tenuto a risarcire i danni subiti dal soggetto emofiliaco che aveva acquistato emoderivati presso una farmacia alla quale erano stati inviati flaconi prodotti durante un ciclo di lavorazione in cui erano state immesse alcune sacche di plasma infetto e, successivamente, aveva contratto un’epatite C, verosimilmente cagionata (non constando peraltro ipotetici fattori alternativi di infezione) dall’assunzione di emoderivati. (App. Catania, 04/11/2008-Foro It., 2009, 1, 1, 250).

ESPERIBILITA’ DELL’AZIONE RISARCITORIA
La circostanza che la parte attrice possa esperire o abbia già esperito la procedura per l’indennizzo previsto dalla legge n. 210/1992 non esclude l’esperibilità anche dell’azione ex art. 2043 c.c., in considerazione della diversa natura dei due istituti. Si osserva, in particolare, a questo proposito che il diritto del danneggiato ad un equo indennizzo discende dalla normativa citata, a prescindere dalla colpa dell’Amministrazione, e si ricollega al bilanciamento fra rischio sociale delle prestazioni sanitarie e tutela della salute del singolo laddove il diritto al risarcimento del danno consegue solamente ad un illecito colposo o doloso. (Trib. Torino, Sez. IV, 14/03/2008-Massima redazionale, 2008).
È ammissibile la domanda di condanna del Ministero della sanità ex art. 2043 c.c. al risarcimento dei danni causati da trasfusioni di sangue infetto in quanto la legge n. 210 del 1992, come modificata dalla legge n. 237 del 1997, che prevede a carico dello Stato il pagamento di un indennizzo destinato a coprire parte dei danni derivanti da vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazione di emoderivati, non esclude l’ammissibilità del concorso di altre forme di tutela, funzionali ad ottenere l’integrale risarcimento del danno (Trib. Roma, 15/06/2001 – Rass. Dir. Farm., 2001, 488).
L’erogazione dell’indennizzo disciplinato dalla legge 25 febbraio 1992 n. 210 e dalla legge 9 luglio 1997, n. 237 per i casi di contagio non osta all’esperibilità dell’azione volta ad ottenere la riparazione integrale dei danni patiti. (Trib. Roma, 14/06/2001 – Nuova Giur. Civ., 2002, I, 559, nota di Favilli).
Dall’esame delle legge n. 210 del 1992 e n. 238 del 1997 appare palese la volontà del legislatore di non precludere ai terzi danneggiati dalle trasfusioni la possibilità di richiedere alla p.a., oltre all’indennizzo previsto dalla legge, l’integrale risarcimento del danno da fatto illecito (Trib. Roma, 27/11/1998 – Rass. Dir. Farm., 1999, 29. Danno e Resp., 1999, 214; Foro It., 1999, I, 313; Questione Giustizia, 1999).
La legge n. 210 del 1992, come novellata dalla legge n. 238 del 1997, ha inteso attribuire il diritto ad un indennizzo da parte dello Stato ai soggetti che, a seguito di contagio da Hiv o da epatiti conseguente a somministrazione di sangue o suoi derivati, abbiano riportato lesioni od infermità dalle quali sia derivata una menomazione permanente dell’integrità psico-fisica; la corresponsione di tale indennità (che non ha natura risarcitoria, ma carattere assistenziale) intende realizzare una forma di solidarietà sociale e pertanto non preclude al beneficiario il diritto di promuovere nei confronti della p.a. un’azione risarcitoria volta ad ottenere l’integrale risarcimento dei danni sofferti in conseguenza del contagio. (Trib. Roma, 27/11/1998 – Foro It., 1999, I, 313 – Questione Giustizia, 1999, 548, nota di Lamorgese).

CUMULO SOSTANZIALE INDENNIZZO RISARCIMENTO
Dall’importo del risarcimento spettante alla persona danneggiata per aver contratto un’epatite C, a seguito dell’assunzione di emoderivati infetti, non vanno scomputate le somme che la stessa percepisce a titolo di indennizzo, qualora tali somme siano irrisorie in relazione alle prevedibili cure farmacologiche (e verosimilmente anche chirurgiche) imposte dalla gravissima patologia. (App. Catania, 04/11/2008-Foro It., 2009, 1, 1, 250).
L’indennizzo di cui alla legge 210 del 1992, costituendo una misura economica di sostegno aggiuntiva a carico della collettività a favore di coloro che, in adempimento di un obbligo di legge o spinti al trattamento nell’ambito di una politica sanitaria pubblica incentivante, abbiano risentito di un danno alla propria salute, non può essere considerato una duplicazione del danno risarcibile al medesimo beneficiario a seguito di un giudizio fondato sull’accertamento della colpa, da scomputarsi dall’importo dei danni liquidabili in esito a tale giudizio. (Trib. Roma, 26/09/2003-Foro It., 2004, 2900-Ragiusan, 2005, 253-254, 399).
Posto che l’indennizzo di cui alla legge 210 del 1992, in quanto erogato in presenza del solo presupposto dell’accertamento del nesso di causalità fra la trasfusione di sangue o la somministrazione di emoderivati ed il contagio insorto nel ricevente, ha espressa natura indennitaria a ristoro della lesione all’integrità biologica (psico-fisica) della persona e non previdenziale, l’importo capitalizzato della rendita vitalizia riconosciuta al beneficiario-contagiato in virtù di questo beneficio indennitario erogato dallo Stato a tutela dell’integrità psicofisica della vittima del contagio va integralmente scomputato dal danno biologico liquidabile in esito ad un giudizio risarcitorio promosso da chi, lamentando la colposa omissione di un’adeguata attività di emovigilanza da parte del ministero della sanità, abbia ottenuto la condanna di quest’ultimo al risarcimento dei danni determinati dal contagio, mentre tale scomputo non può essere operato sull’importo liquidato al danneggiato a titolo di danno morale da reato, posto che tale posta risarcitoria ha titolo diverso da quello riconosciuto all’indennità di cui alla Legge 210 del 1992. (Trib. Roma, 01/12/2003-Foro It., 2004, 1, 2899-Ragiusan, 2005, 253-254, 401).
CUMULO FORMALE INDENNIZZO RISARCIMENTO
Il diritto al risarcimento del danno conseguente al contagio da virus HBV, HIV o HCV a seguito di emotrasfusioni con sangue infetto ha natura diversa rispetto all’attribuzione indennitaria regolata dalla legge n. 210 del 1992; tuttavia, nel giudizio risarcitorio promosso contro il Ministero della salute per omessa adozione delle dovute cautele, l’indennizzo eventualmente già corrisposto al danneggiato può essere interamente scomputato dalle somme liquidabili a titolo di risarcimento del danno ("compensatio lucri cum damno"), venendo altrimenti la vittima a godere di un ingiustificato arricchimento coesistente nel porre a carico di un medesimo soggetto (il Ministero) due diverse attribuzioni patrimoniali in relazione al medesimo fatto lesivo. (App. Roma, Sez. I, 06/10/2008-Massima redazionale, 2008).
Il diritto al risarcimento del danno conseguente al contagio da virus HBV, HIV o HCV a seguito di emotrasfusioni con sangue infetto ha natura diversa rispetto all’attribuzione indennitaria regolata dalla legge n. 210 del 1992; tuttavia, nel giudizio risarcitorio promosso contro il Ministero della salute per omessa adozione delle dovute cautele, l’indennizzo eventualmente già corrisposto al danneggiato può essere interamente scomputato dalle somme liquidabili a titolo di risarcimento del danno ("compensatio lucri cum damno"), venendo altrimenti la vittima a godere di un ingiustificato arricchimento consistente nel porre a carico di un medesimo soggetto (il Ministero) due diverse attribuzioni patrimoniali in relazione al medesimo fatto lesivo. (Cassa con rinvio, App. Roma, 16 Maggio 2005). (Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008, n. 584-Mass. Giur. It., 2008-CED Cassazione, 2008).
Nel giudizio risarcitorio promosso dal soggetto che, a seguito di emotrasfusioni e dell’assunzione di emoderivati, sia stato contagiato da infezione da Hiv, l’attribuzione indennitaria a lui corrisposta per la medesima causa può essere integralmente scomputata dalle somme liquidabili a titolo di risarcimento dei danni. (Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008, n. 584-Foro It., 2008, 2, 1, 451).
La diversa natura giuridica dell’attribuzione indennitaria ex lege 210 del 1992 e delle somme liquidabili a titolo di risarcimento danni per il contagio da emotrasfusione infetta da Hiv ed Hcv a seguito di un giudizio di responsabilità promosso dal soggetto contagiato nei confronti del ministero della sanità, per aver omesso di adottare adeguate misure di emovigilanza, non osta a che l’indennizzo corrisposto al danneggiato sia integralmente scomputato dalle somme liquidabili a titolo di risarcimento posto che in caso contrario la vittima si avvantaggerebbe di un ingiustificato arricchimento, godendo, in relazione al fatto lesivo del medesimo interesse tutelato di due diverse attribuzioni patrimoniali dovute dallo stesso soggetto (il Ministero della salute) ed aventi causa dal medesimo fatto (trasfusione di sangue o somministrazione di emoderivati) cui direttamente si riferisce la responsabilità dell’unico soggetto tenuto al pagamento. (Trib. Roma, 20/01/2004 – Foro It., 2004, 1, 2899).
Posto che l’indennizzo di cui alla legge 210 del 1992, in quanto erogato in presenza del solo presupposto dell’accertamento del nesso di causalità fra la trasfusione di sangue o la somministrazione di emoderivati ed il contagio insorto nel ricevente, ha espressa natura indennitaria a ristoro della lesione all’integrità biologica (psico-fisica) della persona e non previdenziale, l’importo capitalizzato della rendita vitalizia riconosciuta al beneficiario-contagiato in virtù di questo beneficio indennitario erogato dallo Stato a tutela dell’integrità psicofisica della vittima del contagio va integralmente scomputato dal danno biologico liquidabile in esito ad un giudizio risarcitorio promosso da chi, lamentando la colposa omissione di un’adeguata attività di emovigilanza da parte del Ministero della sanità, abbia ottenuto la condanna di quest’ultimo al risarcimento dei danni determinati dal contagio, mentre tale scomputo non può essere operato sull’importo liquidato al danneggiato a titolo di danno morale da reato, posto che tale posta risarcitoria ha titolo diverso da quello riconosciuto all’indennità di cui alla legge 210 del 1992. (Trib. Roma, 01/12/2003 - Foro It., 2004, 1, 2899).
L’indennizzo di cui alla legge 210 del 1992, costituendo una misura economica di sostegno aggiuntiva a carico della collettività a favore di coloro che, in adempimento di un obbligo di legge o spinti al trattamento nell’ambito di una politica sanitaria pubblica incentivante, abbiano risentito di un danno alla propria salute, non può essere considerato una duplicazione del danno risarcibile al medesimo beneficiano a seguito di un giudizio fondato sull’accertamento della colpa, da scomputarsi dall’importo dei danni liquidabili in esito a tale giudizio. (Trib. Roma, 26/09/2003 – Foro It., 2004, 2900).
L’affermazione della natura assistenziale anziché risarcitoria dell’indennizzo ex art. 3 legge n. 210 del 1992, previsto dal legislatore a norma degli artt. 2 e 38 Cost., comporta l’ammissibilità del concorso dell’azione volta ad ottenere il suddetto indennizzo e dell’azione finalizzata al risarcimento del danno; tuttavia, stante la coincidenza tra l’oggetto ed il soggetto passivo delle due azioni (il soggetto condannato è lo stesso Ministero che eroga l’indennizzo), è da escludersi il cumulo sostanziale tra indennizzo e risarcimento integrale del danno. (Trib. Bologna, sez. III, 19/06/2003 – Sito Giuraemilia.it, 2003).
Nel caso di illecito colposo dell’amministrazione, nel giudizio risarcitorio il giudice deve detrarre dall’importo (eventualmente maggiore) del danno risarcibile quello (eventualmente minore) liquidato a titolo di indennizzo. Se quest’ultimo importo è invece uguale o maggiore a quello risarcibile, la domanda risarcitoria deve essere rigettata. (Trib. Roma, 19/12/2002 – Massima redazionale, 2003).

PRESCRIZIONE E DIES A QUO
La responsabilità del Ministero della salute per i danni conseguenti ad infezioni da virus HBV, HIV e HCV contratte da soggetti emotrasfusi è di natura extracontrattuale, né sono ipotizzabili, al riguardo, figure di reato tali da innalzare i termini di prescrizione (epidemia colposa o lesioni colpose plurime); ne consegue che il diritto al risarcimento del danno da parte di chi assume di aver contratto tali patologie per fatto doloso o colposo di un terzo è soggetto al termine di prescrizione quinquennale che decorre, a norma degli artt. 2935 e 2947, primo comma, cod. civ., non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione causativa del danno o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, bensì da quello in cui tale malattia viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche: tale momento è individuato non con la comunicazione del responso della Commissione medica ospedaliera di cui all’art. 4 della legge n. 210 del 1992, bensì con la proposizione della relativa domanda amministrativa. (App. Roma, Sez. I, 06/10/2008-Massima redazionale, 2008).
Il termine prescrizionale del diritto al risarcimento dei danni del soggetto che assuma di aver contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo inizia a decorrere, a norma dell’art. 2947 c.c., non già dal momento in cui il terzo determina la modificazione che produce danno all’altrui diritto o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, bensì da quello in cui viene percepita - o può essere percepita - quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo. Nel caso di specie, posto che la responsabilità del Ministero della salute per i danni conseguenti ad infezioni da virus HBV, HIV e HCV contratte da soggetti emotrasfusi, è di natura extracontrattuale - né sono ipotizzabili, al riguardo, figure di reato tali da innalzare i termini di prescrizione - il diritto al risarcimento del danno da parte di chi si assume leso da tali comportamenti è soggetto al termine di prescrizione quinquennale decorrente, pertanto, a norma degli artt. 2935 c.c. e 2947, comma primo, c.c., dal giorno in cui la malattia viene percepita o può essere percepita usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche, a tal fine coincidente non con la comunicazione del responso della Commissione medica ospedaliera di cui all’art. 4 della legge n. 210 del 1992, bensì con la proposizione della relativa domanda amministrativa. (Trib. Bari, Sez. III, 18/09/2008-Massima redazionale, 2008).
L’attivazione della procedura volta ad ottenere, ai sensi della legge n. 210/1992, l’indennizzo per i danni irreversibili patiti in conseguenza delle emotrasfusioni e delle somministrazioni di emoderivati subite coincide con il dies a quo per la decorrenza del termine prescrizionale per l’azione di risarcimento del danno. (Trib. Milano, 28/04/2008-Corriere del Merito, 2008, 7, 785).
In caso di responsabilità del Ministero della salute per i danni cagionati dalle trasfusioni di sangue infetto, il diritto al risarcimento del danno si prescrive nel termine di cinque anni. Detto termine inizia a decorrere dal momento in cui la malattia può essere percepita quale danno ingiusto conseguente al fatto doloso o colposo del terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche. Non è di ostacolo al risarcimento l’indennizzo riconosciuto in sede amministrativa ai sensi della legge n. 210/1992. (Trib. Bari, 12/02/2008-Resp. civ., 2008, 5, 467).
Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno di chi assume di aver contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo decorre, a norma dell’art. 2935 c.c., e art. 2947 c.c., comma 1, non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione che produce il danno altrui o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, ma dal momento in cui viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria oggettiva diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche. (Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008, n. 583-Danno e Resp., 2008, 4, 465).
In tema di emoderivati e danno alla persona, il termine di prescrizione del diritto al risarcimento di chi assume aver contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo decorre, a norma degli artt. 2935 e 2947, 1° comma, c.c., non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione che produce il danno altrui o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, ma dal momento in cui viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria oggettiva diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche. (Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008, n. 583-Giur. It., 2008, 7, 1695, TERLIZZI - Danno e Resp., 2008, 4, 465).
Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno di chi assume di aver contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo decorre, a norma degli artt. 2935 e 2947, comma 1, c.c., non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione che produce il danno altrui o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, ma dal momento in cui viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche. (Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008, n. 581-Nuova Giur. Civ., 2008, 5, 1, 623, QUERCI-Ragiusan, 2008, 289-290, 214).
Qualora venga eccepita la prescrizione nell’ambito del giudizio in cui più soggetti abbiano proposto domanda di condanna generica al risarcimento del danno, il giudice è tenuto a valutare la fondatezza dell’eccezione, vagliando autonomamente le diverse posizioni dei singoli attori. (Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008, n. 581-Foro It., 2008, 2, 1, 453).
Posto che, qualora i soggetti contagiati da infezioni da Hbv, Hcv e Hiv, a seguito di trasfusioni o assunzioni di emoderivati, abbiano fatto valere la responsabilità dell’amministrazione sanitaria, addebitandole l’omessa sorveglianza sulla distribuzione del sangue e dei suoi derivati, non sono configurabili i reati di epidemia colposa o di lesioni colpose plurime, l’azione risarcitoria non è assoggettata alla prescrizione stabilita dalla legge penale per tali fattispecie criminose, mentre operano la prescrizione quinquennale, per le vittime di lesioni colpose, e la prescrizione decennale, in favore di chi abbia agito iure proprio per il risarcimento del danno derivante dall’omicidio colposo del proprio congiunto (nella specie, posto che ai fini civilistici va tenuto in considerazione il regime della prescrizione previsto alla data del fatto, la corte ha dato rilievo alla disciplina della prescrizione penale antecedente all’entrata in vigore della legge 5 dicembre 2005, n. 251).(Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008, n. 581-Foro It., 2008, 2, 1, 453).
La prescrizione del diritto al risarcimento del danno subìto da chi abbia contratto per contagio una malattia decorre dal giorno in cui essa viene percepita quale danno ingiusto conseguente all’altrui condotta dolosa o colposa, ovvero può essere percepita come tale, in relazione all’ordinaria diligenza del soggetto leso e tenuto conto delle comuni conoscenze scientifiche dell’epoca (nella specie, si è escluso che la prescrizione dell’azione risarcitoria proposta da soggetti contagiati da infezioni da Hbv, Hcv e Hiv, a seguito di trasfusioni o assunzioni di emoderivati, inizi a decorrere soltanto con la comunicazione del responso delle commissioni medico-ospedaliere, competenti in materia di indennizzo). (Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008, n. 581-Foro It., 2008, 2, 1, 453).
Anche a fronte di una domanda di condanna in forma generica, il convenuto che assuma che il proprio debito sia in tutto o in parte prescritto ha l’onere di sollevare la relativa eccezione nei termini di legge, a pena di decadenza; ciò comporta che il giudice di primo grado ha l’obbligo di decidere su tale eccezione che integra una preliminare di merito, in quanto l’eventuale sussistenza della prescrizione fa venire meno ogni interesse della parte all’accertamento dell’esistenza del diritto azionato (nella specie, la S.C. ha cassato sul punto la sentenza di merito la quale - in presenza di una domanda di condanna al risarcimento dei danni avanzata da una pluralità di attori contro il Ministero della salute per contagio da virus HBV, HIV e HCV a seguito di emotrasfusioni con sangue infetto - aveva ritenuto di non dover verificare le singole posizioni degli attori, ai fini del decorso dell’eccepita prescrizione, in quanto il giudice di primo grado aveva pronunciato solo una sentenza di condanna generica "all’an debeatur").(Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008, n. 581 - Resp. civ., 2008, 12, 984, ROMEO).
Nelle ipotesi di infezioni da H.b.v., H.c.v. e H.i.v. a seguito di trasfusioni con sangue infetto, eseguite da strutture pubbliche o private, non si configura il reato di epidemia colposa, per la mancanza dell’elemento della volontaria diffusione di germi patogeni, bensì quello delle lesioni o di omicidio colposi; pertanto il termine di prescrizione è di norma quello quinquennale, a meno che non sia intervenuta la morte del trasfuso. (Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008, n. 581-Ragiusan, 2008, 289-290, 214).
Atteso che, qualora i soggetti contagiati da infezioni da Hbv, Hcv e Hiv, a seguito di trasfusioni o assunzioni di emoderivati, abbiano fatto valere la responsabilità dell’amministrazione sanitaria, addebitandole l’omessa sorveglianza sulla distribuzione del sangue e dei suoi derivati, non sono configurabili i reati di epidemia colposa o di lesioni colpose plurime, l’azione risarcitoria non è assoggettata alla prescrizione stabilita dalla legge penale per tali fattispecie criminose, mentre operano la prescrizione quinquennale, per le vittime di lesioni colpose, e la prescrizione decennale, in favore di chi abbia agito "iure proprio" per il risarcimento del danno derivante dall’omicidio colposo del proprio congiunto (nella specie, posto che ai fini civilistici va tenuto in considerazione il regime della prescrizione previsto alla data del fatto, la Corte ha dato rilievo alla disciplina della prescrizione penale antecedente all’entrata in vigore della legge 5 dicembre 2005, n. 251). Il diritto al risarcimento dei danni provocati da emotrasfusioni infette si prescrive entro cinque anni dalla data di presentazione della domanda volta ad ottenere l’indennizzo ex lege n. 210/1992. (Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008, n. 581-Danno e Resp., 2009, 6, 667, OLIARI).
In materia di diritto al risarcimento del danno da illecito extracontrattuale, qualora si tratti di un illecito che, dopo un primo evento lesivo, determina ulteriori conseguenze pregiudizievoli, il termine di prescrizione dell’azione risarcitoria per il danno inerente a tali ulteriori conseguenze decorre dal verificarsi delle medesime solo se queste ultime non costituiscono un mero sviluppo ed un aggravamento del danno già insorto, bensì la manifestazione di una lesione nuova ed autonoma rispetto a quella manifestatasi con l’esaurimento dell’azione del responsabile. (Nella specie, la S.C. ha confermato la sentenza di merito che - in relazione ad azione risarcitoria proposta per contagio da virus dell’epatite C conseguente ad emotrasfusione con sangue infetto - aveva fatto decorrere il termine di prescrizione dalla data della richiesta di indennizzo di cui alla legge n. 210 del 1992, senza attribuire rilievo ai successivi peggioramenti della malattia). (Rigetta, App. Genova, 17 Novembre 2004). (Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008, n. 580-Mass. Giur. It., 2008-CED Cassazione, 2008).
In tema di emotrasfusioni, il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno di chi assume di aver contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo decorre, non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione che produce il danno altrui o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, ma dal momento in cui viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo di un terzo, usando l’ordinaria oggettiva diligenza e tenuto conto della diffusione delle conoscenze scientifiche. (Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008, n. 580-Giur. It., 2008, 7, 1646, VALORE).
La responsabilità del Ministero della salute per i danni conseguenti ad infezioni da virus HBV, HIV e HCV contratte da soggetti emotrasfusi è di natura extracontrattuale, né sono ipotizzabili, al riguardo, figure di reato tali da innalzare i termini di prescrizione (epidemia colposa o lesioni colpose plurime); ne consegue che il diritto al risarcimento del danno da parte di chi assume di aver contratto tali patologie per fatto doloso o colposo di un terzo è soggetto al termine di prescrizione quinquennale che decorre, a norma degli artt. 2935 e 2947, primo comma, cod. civ., non dal giorno in cui il terzo determina la modificazione causativa del danno o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno, bensì da quello in cui tale malattia viene percepita o può essere percepita, quale danno ingiusto conseguente al comportamento del terzo, usando l’ordinaria diligenza e tenendo conto della diffusione delle conoscenze scientifiche (a tal fine coincidente non con la comunicazione del responso della Commissione medica ospedaliera di cui all’art. 4 della legge n. 210 del 1992, bensì con la proposizione della relativa domanda amministrativa). (Cassa con rinvio, App. Napoli, 5 Aprile 2002). (Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008, n. 576-Mass. Giur. It., 2008-CED Cassazione, 2008).
La prescrizione del diritto al risarcimento del danno del soggetto che assuma di aver contratto per contagio una malattia per fatto doloso o colposo di un terzo inizia a decorrere non dal momento in cui il terzo determina la modificazione che produce danno all’altri diritto o dal momento in cui la malattia si manifesta all’esterno (come previsto dall’art. 2947, primo comma, c.c.) ma da quello in cui essa viene percepita - o può essere percepita - quale danno ingiusto conseguente al comportamento doloso o colposo del terzo, usando l’ordinaria diligenza, tenuto conto, della diffusione delle conoscenze scientifiche.(Trib. Brescia, 03/08/2007-Corriere del Merito, 2008, 1, 20).
La prescrizione del diritto al risarcimento del danno per contagio da Hiv, asseritamente contratto a seguito di emotrasfusioni, decorre non dal manifestarsi dei sintomi del virus, ma dalla data in cui le commissioni mediche, di cui alle legge n. 210/1992 e legge n. 238/1997, abbiano attestato l’acquisizione della malattia e la loro rapportabilità causale alla terapia effettuata. (Trib. Rimini, 22/07/2006-Foro It., 2006, 11, 1, 3257).
Il diritto al risarcimento del danno subito per fatto illecito altrui decorre dal momento in cui la condotta illecita ha inciso nella sfera giuridica del soggetto con effetti esteriorizzati e riconoscibili, ovverosia dal giorno in cui la vittima ha avuto reale e concreta consapevolezza dell’esistenza e della gravità del danno subito. (Trib. Rimini, 22/07/2006-Corriere del Merito, 2006, 11, 1285, RUSSO).
In materia di responsabilità derivante da emotrasfusione, il termine di prescrizione della domanda di risarcimento decorre dalla data dei certificati attestanti l’acquisizione della malattia, in essa dovendo identificarsi il momento in cui la vittima ha conoscenza del danno. (Trib. Rimini, 22/07/2006-Corriere del Merito, 2006, 12, 1397).
Nei danni da contagio per trasfusione la prescrizione non decorre dalla mera percezione della malattia, ma dalla conoscenza e dalla conoscibilità, in base all’ordinaria diligenza e al livello delle conoscenze scientifiche dell’epoca, che la malattia sia stata determinata dall’altrui azione colposa o dolosa. L’attualità dell’interesse all’azione deve ancorarsi al livello di conoscenza esigibile in capo al soggetto danneggiato secondo il parametro dell’ordinaria diligenza. Nei casi di danno da contagio per trasfusione, questo momento è identificabile quantomeno con la proposizione della domanda di indennizzo ex legge n. 210/1992. (Trib. Venezia, Sez. III, 20/06/2006-Danno e Resp., 2007, 8-9, 913, FLICK).
In materia di malattia trasfusionale, opera, nei confronti dell’amministrazione ospedaliera, la prescrizione decennale decorrente dalle somministrazioni, quando l’illecito viene fatto valere in via contrattuale; ma solo quinquennale, nel momento in cui si fa valere una responsabilità di tipo extracontrattuale. Quanto al momento di decorrenza di quest’ultima, è escluso che possano rilevare le provvidenze riconosciute ai sensi della legge 25 febbraio 1992, n. 210 - che, come noto, ha introdotto erogazioni previdenziali per i soggetti contagiati da emotrasfusioni, non incompatibili con la pretesa risarcitoria - ma si deve fare riferimento al preciso momento in cui la parte lesa abbia avuto cognizione precisa della malattia infettiva. Per solito tale consapevolezza va riferita al momento in cui la domanda indennitaria viene avanzata alla speciale commissione incaricata delle incombenze medico legali, ai sensi della legge precitata, ma si deve antidatare tale decorrenza ove dalle prove emerse si abbia la precisa dimostrazione della conoscenza della patologia, da parte dell’interessato, in un momento ulteriore. (Trib. Genova, 14/11/2005-Massima redazionale, 2005).
Posto che il giorno della verificazione del fatto illecito quale "dies a quo" della prescrizione del diritto al risarcimento del danno ex art. 2947 c.c. coincide con quello in cui la condotta dell’agente abbia inciso nella sfera giuridica del danneggiato con effetti esteriorizzati e conoscibili (nel senso che la persona abbia avuto sia reale e concreta consapevolezza dell’esistenza e della gravità del danno, sia della addebitabilità del danno ad un responsabile ben individuato), la prescrizione del diritto al risarcimento del danno da contagio di malattie virali quali l’epatite B (HBV), l’epatite C (HCV) e l’HIV a seguito della somministrazione di sangue o emoderivati infetti decorre dalla data in cui il danneggiato ha ottenuto, da parte delle commissioni mediche ospedaliere di cui alla Legge n. 210/1992 e alla Legge n. 238/1997, la certificazione attestante l’esistenza del nesso causale tra le trasfusioni ed l’infezione contratta. (Trib. Roma, Sez. II, 29/08/2005-Danno e Resp., 2006, 3, 269, CAPECCHI, CORONGIU-Corriere del Merito, 2006, 4, 449, CARBONE).
La prescrizione del diritto al risarcimento del danno per contagio di epatite post-trasfusionale decorre dall’accertamento della positività al virus dell’epatite C e della sua riconducibilità alle trasfusioni subite essendo questo il momento in cui il danno si manifesta e diviene oggettivamente percepibile e riconoscibile (Trib. Napoli, 10/03/2004 – Foro It., 2004, 1, 2893).
Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno per contagio di epatite post-trasfusionale è quello decennale in considerazione dell’astratta rilevanza penalistica del fatto in termini di epidemia colposa, omicidio colposo o lesioni colpose plurime (Trib. Napoli, 10/03/2004 – Foro It., 2004, 1, 2893).
La decorrenza della prescrizione del diritto al risarcimento dei danni derivanti da trasfusione di sangue infetto, inizia dal momento in cui il soggetto danneggiato ha avuto piena conoscenza della malattia e della causa originaria (Trib. Roma, 19/12/2002 – Massima redazionale, 2003).
Il termine di prescrizione del diritto al risarcimento del danno per contagio post-trasfusionale decorre dal momento in cui il danneggiato, usando la normale diligenza, avrebbe potuto avere piena conoscenza del meccanismo causale scatenante l’infezione e non dal momento in cui questi ne ha in concreto avuto conoscenza ad esito del procedimento per il riconoscimento dell’indennizzo di cui alla legge n. 210 del 1992 (Trib. Genova, 18/11/2002 – Foro It., 2003, 1, 1283).
L’azione per conseguire il risarcimento dei danni subiti per la trasfusione di sangue infetto – non preclusa dal diritto all’indennità di cui alla legge n. 210 del 1992 – e proposta nei confronti del Ministero della sanità, per l’inosservanza dei suoi doveri di vigilanza in materia sanitaria, ha natura extracontrattuale, ed è soggetta al termine quinquennale di prescrizione (Trib. Napoli, 15/2001/2002 – Giur. Napoletana, 2002, 121).
Posto che il giorno della verificazione del fatto illecito quale dies a quo della prescrizione del diritto al risarcimento del danno ex art. 2947 c.c. si identifica con quello in cui la condotta illecita abbia inciso nella sfera giuridica del danneggiato con effetti esteriorizzati e conoscibili, nel senso che la persona abbia avuto reale e concreta consapevolezza dell’esistenza e della gravità del danno, la prescrizione del diritto al risarcimento del danno conseguente al contagio da HIV da parte di un soggetto che lamenti di essere stato contagiato dalla somministrazione di sangue od emoderivati infetti decorre dalla data in cui quest’ultimo ha ottenuto da parte delle commissioni mediche ospedaliere di cui alla legge n. 210 del 1992 la certificazione relativa all’esistenza del nesso causale tra le trasfusioni o la somministrazione di emoderivati ed il contagio, non rilevando a tal fine la circostanza che, anteriormente a tale certificazione, il soggetto possa essere venuto a conoscenza della sua infezione in esito ad accertamenti sierologici di laboratorio (Trib. Roma, 14/06/2001 – Danno e Resp., 2001, 1072).
Posto che il termine di prescrizione per esercitare il diritto al risarcimento del danno decorre dal momento in cui la condotta illecita ha inciso nella sfera giuridica del soggetto con effetti esteriorizzati e riconoscibili, ovverosia dal giorno in cui la vittima ha avuto la reale e concreta consapevolezza dell’esistenza e della gravità del danno subito, nel caso di contagio a seguito di emotrasfusioni o di assunzione di emoderivati infetti, il dies a quo è rappresentato dalla data di emissione dei certificati con i quali le commissioni mediche militari hanno attestato l’acquisizione delle malattie virali e la loro rapportabilità causale alla terapia effettuata ai fini della concessione dell’indennizzo previsto dalle legge 25 febbraio 1992, n. 210 e legge 9 luglio 1997, n. 237 (Trib. Roma, 14/06/2001 – Nuova Giur. Civ., 2002, I, 559).
Il “dies a quo” della prescrizione del diritto al risarcimento del danno derivante da emotrasfusioni infette decorre dal momento in cui vi è stata l’effettiva consapevolezza dell’evento dannoso nelle sue reali componenti, con la conseguente ininfluenza della data di rilevazione sierologia del virus (Trib. Roma, 14/06/2001 – Resp. Civ. e Prev., 2002, 835).
Qualora lo stesso fatto doloso o colposo determini, dopo un primo evento lesivo, ulteriori conseguenze pregiudizievoli, le quali non costituiscano mero sviluppo ad aggravamento del danno già insorto, ma integrino una nuova ed autonoma lesione, la prescrizione dell’azione risarcitoria, per il danno inerente a quest’ultima, decorre dalla data del suo verificarsi; pertanto, se una trasfusione di sangue del gruppo rh positivo, in donna con sangue del tipo rh negativo, oltre a comportare la isoimmunizzazione di tale soggetto, cioè un evento lesivo di per sé giustificativo di una pretesa risarcitoria, costituisca anche l’antecedente necessario di successivi eventi lesivi, come la morte del feto in occasione di gravidanza, e la perdita della capacità di procreare, con conseguente pregiudizio della vita di relazione, l’avvenuta prescrizione dell’azione risarcitoria inerente al primo evento lesivo non incide sulla esperibilità dell’azione risarcitoria con riguardo a quegli eventi posteriori, ove il termine prescrizionale non sia ancora decorso dal momento del loro verificarsi (Cass. civ., 28/11/1981, n. 6360 – Mass. Giur. It., 1981).

ESERCIZIO ATTIVITA’ PERICOLOSA
In caso di danni conseguenti ad infezioni da Hiv, contratte da soggetti emotrasfusi, ove all’amministrazione sanitaria si addebiti l’omessa vigilanza sul sangue e sugli emoderivati, non è invocabile la responsabilità a suo carico per l’esercizio di attività pericolose. (Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008, n. 584-Foro It., 2008, 2, 1, 451).
Pur essendo indubbio il connotato della pericolosità insito nella pratica terapeutica della trasfusione del sangue e dell’uso degli emoderivati, ciò non si traduce nella pericolosità anche della correlata attività di controllo e di vigilanza cui è tenuto il Ministero della salute; ne consegue che la responsabilità di quest’ultimo per i danni conseguenti ad infezione da HIV e da epatite, contratte da soggetti emotrasfusi per omessa vigilanza da parte dell’Amministrazione sulla sostanza ematica e sugli emoderivati, è inquadrabile nella violazione della clausola generale di cui all’art. 2043 cod. civ. e non in quella di cui all’art. 2050 cod. civ. (Cassa con rinvio, App. Napoli, 5 Aprile 2002). (Cass. civ., Sez. Unite, 11/01/2008, n. 576-Mass. Giur. It., 2008-CED Cassazione, 2008).
La previsione dell’indennizzo di cui alla legge n. 210 del 1992, per l’ipotesi di infezione da emoderivati, non esclude l’accoglimento della domanda di risarcimento del danno, in forza degli artt. 2043 e 2050 c.c., avanzata contro il Ministero della sanità (Trib. Bari, sez. III, 20/03/2004 – Massima redazionale, 2005).
Il Ministero della sanità, esercitando un’attività oggettivamente pericolosa, quale quella della distribuzione di farmaci emoderivati, è responsabile ai sensi dell’art. 2050 c.c. per i danni cagionati a causa di trasfusioni effettuate con sangue infetto. (Trib. Bari, sez. III, 20/03/2004 – Resp. Civ., 2004, 183).
In capo al Ministero della salute (già Ministero della sanità) non si può ravvisare una responsabilità ai sensi dell’art. 2050 c.c., poiché, da un lato, attività pericolosa è da considerarsi l’attività imprenditoriale di produzione ed immissione in commercio di farmaci contenenti gammaglobuline (c.d. emoderivati) e non l’attività di controllo e vigilanza sul sangue per trasfusioni, la quale né implica né consente una sua manipolazione; dall’altro, configurando l’art. 2050 c.c. una ipotesi di responsabilità sì aggravata, in considerazione della presunzione di colpa prevista e dell’imposizione di un elevato standard di diligenza, ma non oggettiva, il soggetto che abbia dato prova di avere impiegato ogni cautela si libera da ogni imputazione di responsabilità (Trib. Bologna, sez. III, 19/06/2003 – Sito www.giuraemilia.it, 2003).
Nell’ipotesi di pazienti contagiati dal virus dell’epatite B, C, e dell’Hiv in seguito a terapie trasfusionali od all’assunzione di emoderivati, il Ministero della sanità è chiamato a rispondere dei danni riportati dalle vittime ai sensi dell’art. 2043 c.c. in quanto abbia omesso colpevolmente di vigilare sulla sicurezza del sangue e dei suoi derivati. Non ricorrono, infatti, gli estremi della fattispecie dell’art. 2049 c.c., stante l’impossibilità di configurare un rapporto di dipendenza o di committenza tra il Ministero della sanità ed i soggetti, operanti nell’ambito del Ssn, addetti alla prescrizione ed alla somministrazione degli emoderivati. Né il Ministero può essere chiamato a rispondere ex art. 2050 c.c., posto che i compiti istituzionali di sorveglianza sulla produzione, sull’importazione e sulla distribuzione del sangue non rappresentano un’attività che possa configurarsi come pericolosa (Trib. Roma, 14/06/2001 – Nuova Giur. Civ., 2002, I, 559).
La responsabilità del Ministero della sanità per i danni cagionati dall’uso di sangue infetto deve essere qualificata come violazione del principio del neminem laedere sancito dall’art. 2043 c.c. a causa della colposa omissione del dovere di controllo e vigilanza sulla sicurezza del sangue e degli emoderivati, per contro il Ministero non risponde né ex art. 2050 c.c. a titolo di compimento di attività pericolosa non essendo tale la vigilanza che esso deve esercitare in materia sanitaria, né ex art. 2049 c.c., non sussistendo fra il Ministero e gli enti somministratori degli emoderivati alcun rapporto dipendenza ovvero di committenza (Trib. Roma, 14/06/2001 – Rass. Avv. Stato, 2001, II, 205).
Il Ministro della sanità risponde, in ragione delle funzioni apicali attribuitegli dall’ordinamento per la tutela del diritto alla salute, dei danni da contagio causati dall’uso di sangue infetto da parte di privati, ai sensi della clausola generale dell’art 2043 c.c. (omesso controllo o negligente vigilanza) e non per esercizio di attività pericolosa (art. 2050 c.c.) (Trib. Roma, 14/06/2001 – Danno e Resp., 2001, 1072).
Nell’ipotesi di pazienti contagiati dal virus dell’epatite B, C, e dell’Hiv in seguito a terapie trasfusionali od all’assunzione di emoderivati, il Ministero della sanità è chiamato a rispondere dei danni riportati dalle vittime ai sensi dell’art. 2043 c.c. in quanto abbia omesso colpevolmente di vigilare sulla sicurezza del sangue e dei suoi derivati. Non ricorrono, infatti, gli estremi della fattispecie dell’art. 2049 c.c., stante l’impossibilità di configurare un rapporto di dipendenza o di committenza tra il Ministero della sanità ed i soggetti, operanti nell’ambito del Ssn, addetti alla prescrizione ed alla somministrazione degli emoderivati. Né il Ministero può essere chiamato a rispondere ex art. 2050 c.c., posto che i compiti istituzionali di sorveglianza sulla produzione, sull’importazione e sulla distribuzione del sangue non rappresentano un’attività che possa configurarsi come pericolosa (Trib. Roma, 14/06/2001 – Nuova Giur. Civ., 2002, I, 559).
La responsabilità del Ministero della sanità per i danni cagionati dall’uso di sangue infetto deve essere qualificata come violazione del principio del neminem laedere sancito dall’art. 2043 c.c. a causa della colposa omissione del dovere di controllo e vigilanza sulla sicurezza del sangue e degli emoderivati, per contro il Ministero non risponde né ex art. 2050 c.c. a titolo di compimento di attività pericolosa non essendo tale la vigilanza che esso deve esercitare in materia sanitaria, né ex art. 2049 c.c., non sussistendo fra il Ministero e gli enti somministratori degli emoderivati alcun rapporto dipendenza ovvero di committenza (Trib. Roma, 14/06/2001 – Rass. Avv. Stato, 2001, II, 205).
Nell’ipotesi di pazienti contagiati dal virus dell’epatite B, C, e dell’Hiv in seguito a terapie trasfusionali od all’assunzione di emoderivati, il Ministero della sanità è chiamato a rispondere dei danni riportati dalle vittime ai sensi dell’art. 2043 c.c. in quanto abbia omesso colpevolmente di vigilare sulla sicurezza del sangue e dei suoi derivati. Non ricorrono, infatti, gli estremi della fattispecie dell’art. 2049 c.c., stante l’impossibilità di configurare un rapporto di dipendenza o di committenza tra il Ministero della sanità ed i soggetti, operanti nell’ambito del Ssn, addetti alla prescrizione ed alla somministrazione degli emoderivati. Né il Ministero può essere chiamato a rispondere ex art. 2050 c.c., posto che i compiti istituzionali di sorveglianza sulla produzione,sull’importazione e sulla distribuzione del sangue non rappresentano un’attività che possa configurarsi come pericolosa (Trib. Roma, 14/06/2001 – Nuova Giur. Civ., 2002, I, 559).
Il Ministro della sanità risponde, in ragione delle funzioni apicali attribuitegli dall’ordinamento per la tutela del diritto alla salute, dei danni da contagio causati dall’uso di sangue infetto da parte di privati, ai sensi della clausola generale dell’art. 2043 c.c. (omesso controllo o negligente vigilanza) e non per esercizio di attività pericolosa (art. 2050 c.c.) (Trib. Roma, 14/06/2001 – Danno e Resp.).
La responsabilità del Ministero della sanità per i danni cagionati dall’uso di sangue infetto deve essere qualificata come violazione del principio del neminem laedere sancito dall’art. 2043 c.c. a causa della colposa omissione del dovere di controllo e vigilanza sulla sicurezza del sangue e degli emoderivati, per contro il Ministero non risponde né ex art. 2050 c.c. a titolo di compimento di attività pericolosa non essendo tale la vigilanza che esso deve esercitare in materia sanitaria, nè ex art. 2049 c.c., non sussistendo fra il Ministero e gli enti somministratori degli emoderivati alcun rapporto dipendenza ovvero di committenza (Trib. Roma, 14/06/2001 – Rass. Avv. Stato, 2001, II, 205).
L’attività istituzionale di sorveglianza, direzione, programmazione ed autorizzazione svolta dal Ministero della Sanità nei confronti della produzione, importazione e distribuzione dei sangue e dei suoi derivati non può qualificarsi attività pericolosa per sua natura o per la natura dei mezzi adoperati; di conseguenza, il Ministero non può rispondere ex art. 2050 c.c. dei danni conseguenti alle infezioni da HIV e/o da epatite, contratte da soggetti emofilici ed emotrasfusi attraverso somministrazioni di sangue ed emoderivati infetti, sottoposte alla sua attività di vigilanza istituzionale (App. Roma, 23/10/2000 – Danno e Resp., 2001, 1067).
Posto che – per la naturale idoneità del sangue a veicolare agenti patogeni ed in considerazione delle numerose norme ispirate alla finalità di prevenire il rischio di contagio post-trasfusionale – l’attività di preparazione del sangue umano all’impiego trasfusionale va considerata pericolosa ai sensi dell’art. 2050 c.c., per liberarsi dalla responsabilità del contagio occorso al ricevente, il centro trasfusionale deve provare di avere adottato tutte le misure idonee ad evitare che il sangue fornito fosse attinto da agenti patogeni, comprese quelle, note ed astrattamente possibili, che all’epoca dei fatti non erano oggetto di specifica prescrizione normativa (nella specie, in un caso di contagio da Hiv conseguente ad una trasfusione somministrata nel luglio 1985, il centro trasfusionale non ha fornito la prova di aver espletato sul sangue metodiche di screening anamnestico mirate, volte ad impedire la donazione da parte di soggetti appartenenti ad una delle categorie di soggetti particolarmente esposti al rischio di essere portatori del virus) (Trib. Ravenna, 28/10/1999 – Danno e Resp., 2000, 1012).
Ex art. 1 legge n. 296 del 1958, appartiene al Ministero della sanità la competenza generale al fine di provvedere alla tutela della salute pubblica, ragion per cui, anche in considerazione della pericolosità dell’attività di raccolta e controllo di prodotti derivati da sangue umano gestita da strutture sussidiarie autorizzate dallo stesso Ministero, questo è responsabile ex artt. 2043, 2050 e 2049 c.c. dei danni cagionati a terzi dalla trasfusione del materiale infetto su cui non ha esercitato il proprio dovere di sorveglianza (Trib. Roma, 27/11/1998 – Rass. Dir. Farm., 1999, 29; Danno e Resp., 1999, 214; Foro It., 1999, I, 313).
Posto che la produzione di farmaci va considerata attività pericolosa, non può dirsi abbia fornito prova liberatoria da responsabilità il produttore di emoderivati – contenenti, per insufficiente screening della base ematica, il virus dell’epatite B – il quale non si sia attenuto alle più avanzate tecniche note ed anche solo astrattamente possibili all’epoca della produzione (Trib. Milano, 19/11/1987 – Foro It., 1988, I, 144; Resp. Civ. e Prev., 1988, 407; Rass. Dir. Farm., 1988, 549).

RESPONSABILITA’ MINISTERO: MANCATA VIGILANZA
I prossimi congiunti della persona deceduta a seguito di una trasfusione di sangue infetto hanno il diritto di ottenere il risarcimento dei danni morali – per la malattia del familiare e per la morte dello stesso –, unitamente ai danni esistenziali direttamente patiti a causa degli eventi di cui sopra (Trib. Bari, sez. III, 20/03/2004 – Massima redazionale, 2005).
Tutti i danni patiti dalla persona deceduta a seguito di un trasfusione di sangue infetto sono trasmissibili agli eredi, in quanto credito per il risarcimento trasmesso iure hereditatis; gli eredi pertanto avranno il diritto di ottenere il risarcimento del danno biologico – per l’invalidità causata dall’infezione –, del danno morale e del danno per morte (Trib. Bari, sez. III, 20/03/2004 – Massima redazionale, 2005).
Il Ministero della salute deve ritenersi responsabile per l’emissione tardiva e inadeguata dei provvedimenti necessari a controllare la sicurezza degli emoderivati, dai quali sia derivata un’infezione da virus AIDS durante un’operazione chirurgica (evento del 1984) (Trib. Roma, 26/09/2003 – Massima redazionale, 2005).
In materia sanitaria ed in particolare nella produzione, commercializzazione e distribuzione del sangue e dei suoi derivati è ipotizzabile una responsabilità extracontrattuale del Ministero della salute (già Ministero della sanità) per colposa inosservanza dei doveri istituzionali di sorveglianza e vigilanza previsti dal legislatore in capo al Ministero medesimo. Seppur nel campo della sua discrezionalità, infatti, l’attività della p.a. deve svolgersi nei limiti non soltanto della legge, ma anche della norma primaria del neminem laedere (Trib. Bologna, sez. III, 19/06/2003 – Sito www.giuraemilia.it, 2003).
Il Ministero della salute è responsabile del danno alla salute conseguente ad ipotesi di emotrasfusione di sangue infetto (per omessa rilevazione sierologica della presenza del virus), in quanto si tratta di danno derivante da comportamento non provvedimentale della p.a. per violazione di regole di comune prudenza ovvero di leggi o regolamenti a cui l’amministrazione è vincolata (Trib. Roma, 10/2006/2002 – Giur. di Merito, 2002, 1250).
La natura della responsabilità a carico del Ministero della sanità per omessa vigilanza sulla sicurezza del sangue e degli emoderivati va individuata nella previsione generale dell’art. 2043 c.c (Trib. Roma, 19/12/2002 – Massima redazionale, 2003).
Essendo ravvisabile in capo al Ministero della sanità un ruolo attivo nell’approvvigionamento, controllo e vigilanza, nella produzione e distribuzione di sangue e suoi derivati da destinare al consumo umano, a cui corrisponde un dovere aggravato di diligenza nella verifica della sua sicurezza, è configurabile una sua responsabilità per colposa inosservanza dei doveri istituzionali nel caso di contrazione di epatite cronica derivata da trasfusioni di sangue infetto (Trib. Roma, 19/12/2002 – Giur. It., 2003, 1039).
Il fatto che il Ministero della sanità abbia provveduto ad emanare nel tempo, parallelamente alle acquisizioni della scienza medica, numerosi provvedimenti, raccomandazioni e precisazioni, al fine di rendere sicuro l’uso del sangue e degli emoderivati, non vale ad escludere la responsabilità per aver omesso di vigilare sulla puntuale esecuzione degli stessi provvedimenti e per non avere effettuato controlli effettivi sulla sicurezza del plasma importato dall’estero ovvero del sangue raccolto senza controllo sulla qualità dei donatori, allo scopo di evitare o, quanto meno, di ridurre il rischio delle infezioni virali (Trib. Roma, 15/06/2001 – Rass. Dir. Farm., 2001, 488).
Ex art. 1 legge n. 296 del 1958 appartiene al Ministero della sanità la competenza generale al fine di provvedere alla tutela della salute pubblica, di sovrintendere ai servizi sanitari svolti dalle amministrazioni autonome dello Stato e degli enti pubblici, provvedendo anche al coordinamento, e di emanare, per la tutela della salute pubblica, istruzioni obbligatorie per tutte le amministrazioni pubbliche che provvedono ai servizi sanitari, ragione per cui ne risulta confermato in capo al suddetto Ministero il dovere, strumentale alla funzione di programmazione e coordinamento in materia sanitaria, di vigilanza nella preparazione ed utilizzazione dei prodotti derivati dal sangue da destinare al consumo umano, al quale corrisponde un dovere aggravato di diligenza nell’impiego delle cure ed attenzioni necessarie alla verifica della sua sicurezza (Trib. Roma, 15/06/2001 – Rass. Dir. Farm., 2001, 488).
È configurabile in capo al Ministero della sanità la responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c. per avere, in violazione del principio del neminem laedere, e, quindi, colposamente omesso di vigilare sulla sicurezza del sangue e degli emoderivati (Trib. Roma, 14/06/2001 – Resp. Civ. e Prev., 2002, 835).
Il Ministero della sanità è responsabile per la contrazione del virus HIV derivata da trasfusioni di sangue infetto e di emoderivati infetti per omessa e tardiva vigilanza e controllo sulla produzione e sulla commercializzazione degli emoderivati, per omesso controllo del plasma e omessa indagine anamnestica sui donatori di sangue (Trib. Roma, 14/06/2001 – Resp. Civ. e Prev., 2002, 835).
Il Ministero della sanità è responsabile per la contrazione dell’epatite C derivata da trasfusioni di sangue infetto e di emoderivati infetti per omessa vigilanza sulla effettiva attuazione dei metodi di inattivazione virali (Trib. Roma, 14/06/2001 – Resp. Civ. e Prev., 2002, 835).
È configurabile in capo al Ministero della sanità la responsabilità extracontrattuale ex art. 2043 c.c. per avere, in violazione del principio del neminem laedere, e, quindi, colposamente omesso di vigilare sulla sicurezza del sangue e degli emoderivati (Trib. Roma, 14/06/2001 – Resp. Civ. e Prev., 2002, 835).
Il Ministero della sanità è responsabile per la contrazione dell’epatite B derivata da trasfusioni di sangue infetto e di emoderivati infetti per omessa introduzione tempestiva dei metodi di controllo dell’uso degli emoderivati, per mancato controllo sulla sicurezza del sangue e per omessa informazione sui rischi connessi alle trasfusioni e alla somministrazione del sangue (Trib. Roma, 14/06/2001 – Resp. Civ. e Prev., 2002, 835).
Il Ministero della sanità è responsabile per la contrazione del virus HIV derivata da trasfusioni di sangue infetto e di emoderivati infetti per omessa e tardiva vigilanza e controllo sulla produzione e sulla commercializzazione degli emoderivati, per omesso controllo del plasma e omessa indagine anamnestica sui donatori di sangue (Trib. Roma, 14/06/2001 – Resp. Civ. e Prev., 2002, 835).
Il Ministero della sanità è responsabile per la contrazione dell’epatite C derivata da trasfusioni di sangue infetto e di emoderivati infetti per omessa vigilanza sulla effettiva attuazione dei metodi di inattivazione virali (Trib. Roma, 14/06/2001 – Resp. Civ. e Prev., 2002, 835).
L’inadempimento degli obblighi di controllo e vigilanza sulle trasfusioni di sangue e la somministrazione di emoderivati da parte del Ministero della sanità comporta il risarcimento dei danni biologici, alla vita di relazione, patrimoniali, e, vista la rilevanza penalistica dei fatti, anche morali (Trib. Roma, 14/06/2001 – Resp. Civ. e Prev., 2002, 835).
Per avere omesso di esercitare tempestivamente i propri poteri di programmazione, vigilanza e controllo in materia di produzione, importazione e distribuzione del sangue e dei suoi derivati il Ministero della sanità risponde ex art. 2043 c.c. dei danni conseguenti alle infezioni da HIV e/o da epatite, contratte da soggetti emofilici ed emotrasfusi attraverso somministrazioni di sangue ed emoderivati infetti, ma limitatamente a quei casi di contagio verificatisi successivamente alla data in cui le conoscenze scientifiche, relative a ciascuna specifica tipologia di virus oggetto dell’infezione, avrebbero consentito all’azione del Ministero di prevenire in concreto il contagio, curando che gli opportuni test diagnostici sui donatori di sangue ed i procedimenti di inattivazione virale sugli emoderivati fossero adottati tempestivamente (App. Roma, 23/10/2000 – Danno e Resp., 2001, 1067).
In tema di attività trasfusionali di sangue umano, la violazione dei regolamenti ministeriali recanti attuazione legge 4 maggio 1990, n. 107, può dar luogo, concorrendone i presupposti, a responsabilità civile ed amministrativa ed a sanzioni da parte della p.a. competente, mentre può rilevare in materia penale esclusivamente ai fini della sussistenza dell’elemento psicologico nella fattispecie di delitto colposo (Corte Cost. (ord.), 19/06/2000, n. 213 – Foro Napoli., 2000, f. 195-6, 203. Legisl. Pen., 2000, 942).
Attesa l’insussistenza di un rapporto di dipendenza e committenza fra le Ausl, costituenti articolazioni del SSN, ed il Ministero della Sanità, quest’ultimo non può rispondere ex art. 2049 c.c. dei danni conseguenti alle infezioni da HIV e/o da epatite contratte da soggetti emofilici ed emotrasfusi, in seguito a somministrazioni di sangue ed emoderivati infetti operate nei predetti enti. (App. Roma, 23/10/2000 – Danno e Resp., 2001, 1067).
Nell’esercizio dei poteri istituzionali di vigilanza e controllo su attività oggettivamente pericolose, atte a recare grave danno a diritti soggettivi dei privati insuscettibili di affievolimento quali il diritto alla vita, alla salute ed all’integrità fisica, i doveri di prudenza, diligenza, imparzialità e legalità costituiscono un limite esterno alla discrezionalità propria della p.a.; di conseguenza, ove il privato lamenti che dalla violazione di tali doveri sia derivato un danno ingiusto, il giudice ordinario può verificare se la p.a. sia incorsa in gravi omissioni nell’esercizio dei suoi poteri istituzionali di vigilanza e controllo e condannare la medesima al risarcimento del danno ove accerti che tali omissioni siano state concause efficienti del danno sofferto dal privato (nella specie, le omissioni ed i ritardi del Ministero della sanità nell’esercizio dei suoi poteri istituzionali di vigilanza e controllo sull’attività d’importazione, distribuzione e commercializzazione di farmaci emoderivati hanno indotto a ritenere il medesimo Ministero responsabile dei danni materiali, morali, biologici ed alla vita di relazione sofferti da 385 emofilici e talassemici contagiati nel corso degli anni ottanta dai virus dell’HIV, nonchè dell’epatite B e C, in conseguenza dell’assunzione di trasfusioni e farmaci emoderivati infetti) (Trib. Roma, 27/11/1998 – Giust. Civ., 1999, I, 2851; Foro It., 1999, I, 313).

PROVA NEL PROCESSO CIVILE E PENALE
In materia di responsabilità civile extracontrattuale per danni da emotrasfusione infetta, nel caso di trasmissione al coniuge del virus HIV, la prova del nesso causale tra il contagio dell’attore danneggiato e quello subito dal proprio coniuge a seguito di trasfusione, in assenza di fattori alternativi, può essere fondata anche sulla base della prova presuntiva, che presenti i requisiti della gravità, precisione e concordanza. Ai fini di tale accertamento, muta la regola probatoria: me

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